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ricerche, spunti e annotazioni nel tempo

jñānābhyāsa

Oggi ho aggiunto una nuova rubrica: jñānābhyāsa.

śiva
śiva

śiva / post di Diego Manzi

L’immagine antropomorfa più diffusa di Śiva lo mostra bello, cosparso di cenere, vestito di bianco e indossante una pelle di tigre o di elefante, con il cordoncino sacro, con tre occhi, con una luna crescente sulla fronte e con due orecchini: uno a forma di makara e l’altro, simboleggiante la sua paredra, circolare e con un foro al centro. Dai suoi capelli arruffati e sovente raccolti in una specie di crocchia, poi, scorre la bianca Gaṅgā, mentre al collo reca una collana di perle e alcuni serpenti. Le quattro braccia con le quali è raffigurato il dio, infine, recano di solito i seguenti attributi: un tridente, una scure, il gesto di allontanare la paura e quello di concedere la grazia. Ciononostante, non mancano raffigurazioni inclusive di altri attributi come la lancia Pāśupata, l’antilope rampante, l’arco Pināka, una mazza, un cappio, la ghirlanda di rudrākṣa, oppure il tamburello a forma di clessidra. Non mancano neppure immagini del dio, in cui quest’ultimo reca il rosario, il tamburello e il tridente, il quale, oltre al dominio sui tre mondi, sta ad indicare il dominio sulla triplice matrice dell’ego: il corpo, la mente e l’intelletto. Solitamente, sullo sfondo di queste rappresentazioni del dio si vede il monte Himālaya con la cima innevata, la quale simboleggia la purezza assoluta della mente necessaria al meditante per scorgere la propria divinità. Ciononostante, va altresì evidenziato che gli occhi di Śiva non sono né chiusi (indice di totale rinuncia al mondo), né aperti (indice di inclinazioni intramondane). Il dio, infatti, è rappresentato con gli occhi socchiusi (samabhāvī-mudrā), ad indicare piuttosto che una parte, il corpo, può essere coinvolto nel mondo; mentre un’altra parte, lo spirito, deve essere necessariamente sottratta dalle dinamiche terrene.

sarasvatī
sarasvatī

Oggi condivido un post di Diego Manzi, che propone un estratto del suo libro “Incanto, le divinità dell’India.”

“Dietro l’iconografia di Sarasvatī sono sottesi svariati e profondi significati. La base di loto sulla quale è seduta indica che la dea è fermamente stabilita nella suprema realtà e nell’unica verità. Il loto che reca nella mano superiore destra indica il fine supremo dell’uomo, ossia la realizzazione del sé, il quale può essere raggiunto, in buona sostanza, per mezzo di due sentieri: quello devozionale (bhakti-yoga), imperniato sulla musica (bhajana e kīrtana), e quello della conoscenza (jñāna-yoga), imperniato sullo studio delle sacre scritture. Entrambi i sentieri, in definitiva, sono rammentati dagli altri due attributi di Sarasvatī, la vīṇā e il Veda, che essa reca, rispettivamente, fra la mano inferiore destra e la superiore sinistra e la mano inferiore destra. Ma vi sono anche altre possibili interpretazioni. Come si diceva, nella mano inferiore sinistra Sarasvatī reca un libro, il quale potrebbe rappresentare l’area delle scienze secolari; mentre la mano inferiore destra e la superiore sinistra recano la vīṇā, quasi a simboleggiare che le scienze meramente intellettuali sono aride ed austere senza i sentimenti e le emozioni mosse dalla musica e, in generale, dalle arti. Ciononostante, la mālā che reca nella mano superiore destra, invero, parrebbe suggellare la superiorità della meditazione e dello yoga sulle scienze secolari e, in definitiva, duali.”

parjanya

Nel tradurre il taittirīya brāhmaṇa 3.10.8 mi sono chiesto il perché parjanya (la nuvola di pioggia) al verso 46 viene associato alla testa. Che sia perché la pioggia cadendo dalla nuvola cade prima sulla testa? :-)))

abidhānamālā

Ho aggiunto una ulteriore sezione a questo sito, un glossario che tiene conto di tutti i termini importanti incontrati nelle traduzioni presenti in questo sito. Ho cercato il termine sanscrito per definire “dizionario”, “glossario” e ne ho trovati alcuni.

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Anquetil-Duperron
Anquetil-Duperron

Anquetil-Duperron namaḥ.

dūrvā
dūrvā


vānaprastha: è il terzo stadio della vita brahmanica, coincide con il volontario allontanamento del sacerdote dai centri urbani.
āraṇyaka: come aggettivo = nato nella foresta; come sostantivo neutro = N. di una classe di scritti a carattere religioso o filosofico, strettamente connessi con i brāhmaṇa e chiamati āraṇyaka, in quanto composti o studiati nella foresta. (Diz. Sani)
Erano riservati esclusivamente agli anacoreti dediti allo studio e alla meditazione di questi testi nella solitudine delle foreste.

Gli āraṇyaka fanno parte dei veda, della śruti, sono quindi testi rivelati.

Secondo O. Botto (Letterature antiche dell’India, p. 36/37, Vallardi 1969) uno dei motivi per cui gli āraṇyaka vengono affidati agli eremiti, è il pericolo contenuto all’interno di questi scritti, lettura proibita agli apprendisti, incapaci di comprendere le forme mentali presenti all’interno del rito vedico.
“Sono concepite come lettura per gli eremiti del bosco, contengono osservazioni mistiche, come descrizioni di riti importanti, e rappresentano il punto di partenza delle upaniṣad. I riti e i comportamenti di culto descritti negli āraṇyaka erano considerati particolarmente sacri e pericolosi per chi non fosse autorizzato, qualora li compisse troppo presto, perché avrebbe potuto perdere con ciò la casa, la terra e la vita. Per questo il discepolo non veniva istruito nel villaggio ma nella solitudine di un bosco».
(Dizionario della sapienza orientale, Roma, Mediterranee, 1991, pag. 32)

taittirīya āraṇyaka 10-12-3:
na karmaṇā na prajayā dhanena tyāgenaike amṛtatvamānaśuḥ
L’immortalità non si ottiene con le azioni né generando figli né con la ricchezza. Alcuni ottengono quello stato con la rinuncia. (trad. di śri Ramana Maharshi)

Vi propongo un āraṇyaka a me caro, tratto dal taittirīya āraṇyaka 10-1-7 e 8
È un sūktam dedicato a dūrvā, l’erba dūrvā utilizzata nei rituali vedici, che qui assurge a divinità! Si tratta del Cynodon dactylon che possiede anche proprietà medicinali.
A protezione del fuoco sacro l’erba dūrvā viene posta tutt’intorno ad esso affinché nessuna negatività possa penetrare nello yajña. Il tutorial per l’apprendimento: saiveda.net

sahasraparamā devī śatamūlā śatāṅkurā |
sarvam̐ haratu me pāpaṃ dūrvā dussvapnanāśanī |
[dūrvā è] la migliore dei mille (sahasra-paramā), [è] una divinità (devī). Possiede centinaia di radici (śata mūlā) e centinaia di germogli (śata ankurā).
Possa dūrvā distruggere (haratu) tutti (sarva) i miei errori (pāpam) e i brutti (dus) sogni (svapna) di distruzione (nāśanī) (→ incubi)
kāṇḍātkāṇḍātprarohantī paruśaḥparuśaḥ pari |
evā no dūrve pratanu sahasreṇa śatena ca |
Crescente (prarohanti – part. pres. att. - √praruh) abbondantemente (pari) stelo dopo stelo (kāṇḍāt kāṇḍāt, abl.), nodo dopo nodo (paruṣhaḥ paruṣhaḥ).
Oh dūrvā (dūrve) in questo modo (evanaḥ) manifestati (pratanu - √pratan - imp.) in centinaia (śatena) e (ca) migliaia (sahasreṇa)
yā śatena pratanoṣi sahasreṇa virohasi |
tasyāste devīśṭake vidhema haviśā vayam |
Lei che (yā) si manifesta (pratanoṣi - √pratan / pres.) in centinaia (śatena) e migliaia (sahasreṇa) e cresce (virohasī).
Oh dea (devī) carissima (iṣṭake), in questa (tasyāḥ - tad, abl. sing. f.) tua (te) [natura] vorremmo venerarti (vidhema - √vidh- 1a p. pl. ott.) noi tutti (vayam) con delle offerte (haviṣā)
aśvakrānte rathakrānte viṣṇukrānte vasundharā |
śirasā dhārayiśyāmi rakṣasva māṃ padepade |
[Tu sei] la Terra (vasuṃdharā), nella falcata dei cavalli (aśhva-krānte), nell’andatura del carro (ratha-krānte), nei passi di viśṇu (viṣhṇu- krānte). Io ti porterò (dhārayiṣhyāmi - √dhṛ) sulla mia testa (śirasā). Proteggimi (rakṣhasva mām) passo dopo passo (padepade)

Sarasvatī

sarasvatī, divinità femminile, ma anche il fiume che non c’è più.