Grammatica sanscrita

fonetica



II. - L’alfabeto

2- Il genio di Pāṇini esplode nella descrizione fonetica; come prova l’alfabeto, dove vocali, dittonghi, occlusive, sibilanti sono accuratamente separati e classificati per categorie (palatali, gutturali, ecc.; sorde, sonore, aspirate, ecc.). Questo alfabeto è ancora usato nelle grammatiche e nei dizionari moderni; l’ordine dei vocaboli è il seguente:

vocali:
a, ā, i, ī, u, ū, ṛ, ṝ, ḷ

vocali derivate e dittonghi (saṃdhyakṣara):
e, ai, o, au

modificatori vocalici (anusvāra, anunāsika, visarga):
aṃ, aṃ̆, aḥ

consonanti:


gutturali palatali celebrali
retroflesse
dentali labiali
sorde ka ca ṭa ta pa
sorde
aspirate
kha cha ṭha tha pha
sonore ga ja ḍa da ba
sonore
aspirate
gha jha ḍha dha bha
nasali ṅa ña ṇa na ma
→↓          
semivocali   ya ra/la   va
sibilanti
sorde
  śa ṣa sa  
aspirate ah        


3-  Nota. - In India sono stati usati diverse scritture per trascrivere i suoni di questo alfabeto; la traslitteraz latina che qui usiamo (IAST), fissata nel 1894 al X Congresso degli orientalisti, è stata adottata ovunque, sia in India che in Occidente, anche se la maggior parte delle edizioni indiane di testi sanscrito sono nella cosiddetta scrittura nāgarī. La pronuncia è discussa qui di seguito, categoria per categoria.


4- Vocali. - Le vocali possono essere brevi (hrasva - le vocali corte sono tenute per una misura, mātrā) o lunghe (dīrgha - una vocale lunga vale due brevi, due mātrā), oppure allungate (pluta). Le vocali allungate sono tenute per tre o più mātrā. La misura allungata appare in sanscrito vedico, ma è rara in sanscrito classico; le misure allungate sono indicate da una vocale seguita dal numero 3, sia nella traslitterazione romanica che nella devanāgarī. (Si può anche incontrare una vocale lunga seguita da un 3).

La a corta tende ad essere sorda, la u è sempre pronunciata come in italiano (pura- “città” m.); è una vocale che originariamente doveva essere pronunciata come il gruppo er dell’inglese preacher o del tedesco Vater. Nell’India occidentale si pronuncia ru (r arrotata, o molto breve: samskrutam); a Benares si pronuncia come una r seguita da una i breve: samskritam. È quest’ultima pronuncia che viene adottata più spesso (da qui il nome “sanscrito” dato in italiano alla lingua dei bramini).
Medesime osservazioni riguardo la (kḷpta- “aggiustato, preparato” si pronuncia klipta).

5- Dittonghi (saṃdhyakṣara). - I dittonghi sono sempre lunghi. e e o sono considerati dittonghi, risultanti dalla congiunzione di una a (lunga o corta) con una i (lunga o corta), che dà e, o con una u (che dà o). Per quanto riguarda ai e au, sono considerati l’incremento (vṛddhi) rispettivamente di e e o. I dittonghi risultanti dalla congiunzione di una a (lunga o corta) con e sono indicati come ar et al (insistiamo sul fatto che ar può derivare dalla congiunzione di un ā e un ). Questa teoria dei dittonghi è della massima importanza, come vedremo più avanti.

6- Semi-consonanti. i/ī, u/ū, ṛ/ṝ/ ḷ possono assumere un aspetto consonantico e diventare semi-consonanti (o semi-vocali), y, v, r, l. Questo accade quando le vocali in questione sono in contatto con vocali diverse da loro (così ati + eti “egli supera” diventa atyeti).

7- Consonanti. - Le consonanti sono classificate secondo il loro punto di articolazione; di solito le grammatiche sanscrite moderne usano la terminologia di Pāṇini e questo sarà fatto anche in questo libro. Distinguiamo: gutturali (ka, kha, ga, gha, ṅa) palatali (ca, cha, ja, ja, jha, na) cerebrali (ṭa, ṭha, ḍa, ṇa), dentali (ta, tha, da, dha, na) e labiali (pa, pha, ba, bha, ma); esiste una sibilante palatale śa, una sibilante cerebrale (ṣa) e una sibilante dentale (sa).
a) Le gutturali (o: velari) si pronunciano come i loro corrispondenti italiani (kula- “ famiglia” si pronuncia kula); si noti che le g sono sempre dure: gītā- “ canto” si pronuncia ghītā.
b) Le palatali sono equivalenti alle sibilanti: ca si pronuncia cia et ja, gia (ca “e” si pronuncia cià; jāta- “nato “giāta).
c) Le cerebrali (o: retroflesse) sono simili alle dentali dell’inglese (la lingua è curvata verso la parte superiore del palato). Le altre occlusive non sono un problema.

8- d) Per quanto riguarda le sibilanti, va notato che la s, dentale, è come la nostra s sorda (quella di sempre, MAI di rosa) (rasa “succo” si pronuncia rasa con la s sorda), ś equivale alla nostra sc palatale, cerebrale con la lingua retroflessa sul palato. L’aspirazione dei denti occlusivi deve essere ben marcata, bha per esempio sarà pronunciato b-ha come nel tedesco Abhang, mentre l’aspirazione vera e propria (infatti, suono laringeo), h, deve essere fortemente marcata.

e) Il fonema viene chiamato visarga (cfr. sotto 15); la , anusvāra: è una m “ridotta” alla nasalizzazione della vocale che la precede.

9- f) Infine, la distinzione tra fonemi sordi e fonemi sonori gioca un ruolo importante nelle regole fonetiche; le vocali, i dittonghi e le semivocali sono suoni così come le occlusive classificate come tali (ga, gha; ja, jha; ḍa, ḍha; da, dha; ba, bha); le nasali, l’h aspirata e la , lo sono anche. Gli altri fonemi (le occlusive ka, kha; ca, cha; ṭa, ṭha; ta, tha; pa, pha; le tre sibilanti, e l’) sono sorde.

10- Nota. - Le parole sanscrite sono presentate nei dizionari e nelle grammatiche, oppure citate nei libri, articoli, ecc. sotto forma di radicali privi di desinenze: temi nominali o pronominali, radici verbali (per esempio kula- "famiglia") e non kulas che sarebbe il nominativo singolare;  un dizionario italiano-sanscrito darà HAN- ("colpire, uccidere") e non la 1ª o la 3ª persona del presente). L'incompletezza di queste forme è segnata da un piccolo trattino (HAN-, kula-) che ci ricorda la necessità di aggiungere desinenze, apposizioni verbali, ecc. per usare la parola nella frase. Non si tratta di un processo artificiale; vedremo che i temi nominali sono usati così come sono nella composizione nominale, e che molte forme verbali sono costruite direttamente sulla radice. Inoltre, e questo è forse il motivo principale di questo uso, le terminazioni delle parole sono instabili in sanscrito; già alterate quando la parola è isolata (elaborazione nella finale assoluta) vengono costantemente modificate a contatto con le altre parole della frase collegat (saṁdhi). Di seguito vedremo fin dove possono arrivare queste modifiche.