Grammatica sanscrita

fonetica



IV. - Saṁdhi esterno - consonanti

23- Saṁdhi delle consonanti. - Quando una parola sanscrita che termina con una consonante è in contatto con un’altra parola, qualunque sia la sua iniziale, la consonante finale viene cambiata. Si noti che è sempre la consonante ottenuta dopo le varie riduzioni risultanti dalle regole del “finale assoluto” (11 e seguenti): in saṁdhi tratteremo bhavan, mai bhavants (12 b). A dipedenza della consonante finale, occlusiva, nasale o visarga, avremo trattamenti in saṁdhi diversi.


consonanti finali                   consonanti
iniziali
-k -ṭ -t -p -ṅ -n -m -ḥ -āḥ -aḥ  
-k -ṭ -t -p -ṅ -n -o ( ̒-) -ḥ -āḥ -aḥ k-/kh-
-g -ḍ -d -b -ṅ -n -a -r -o g-/gh-
-k -ṭ -c -p -ṅ -ṃś -a -āś -aś c-/ch
-g -ḍ -j -b -ṅ -a -r -o j-/jh-
-k -ṭ -ṭ -p -ṅ -ṃṣ -a -ṣ -āṣ -aṣ ṭ-/ṭh-
-g -ḍ -ḍ -b -ṅ -ṇ -a -r -o ḍ-/ḍh-
-k -ṭ -t -p -ṅ -ṃs -a -s -ās -as t-/th-
-g -ḍ -d -b -ṅ -n -a -r -o d-/dh-
-k -ṭ -t -p -ṅ -n -a -ḥ -āḥ -aḥ p-/ph-
-g -ḍ -d -b -ṅ -n -a -r -o b-/bh-
-ṅ -ṇ -n -m -ṅ -n -a -r -o n-/m-
-g -ḍ -d -b -ṅ -n -a -r -o y-/v-
-g -ḍ -d -b -ṅ -n -a - - - -o r-
-g -ḍ -l -b -ṅ -l -a -r -o l-
-k -ṭ -c (ch-) -p -ṅ -ñ (ch-) -a -ḥ -āḥ -aḥ ś-
-k -ṭ -t -p -ṅ -n -a -ḥ -āḥ -aḥ ṣ-/s-
-g (gh-) -ḍ (ḍh-) -d (dh-) -b (bh-) -ṅ -n -a -r -o h-
-g -ḍ -d -b -ṅ-/ṅṅ -n-/nn -a -r -a vocali
-k -ṭ -t -p -ṅ -n -a -ḥ -āḥ -aḥ - - -

1° Occlusive. - a) L’occlusiva finale (che non può essere che sorda, non aspirata, secondo il punto 12 c) si mantiene com’è in contatto con qualsiasi altra sorda. Esempio: samit patati (“il ceppo cade”) rimane invariato.
b) L’occlusiva finale si sonorizza al contatto con qualsiasi sonora. Esempio: samit + dahati (“il ceppo brucia”) > samid dahati; ruk + antarā (“luce interiore”) > rug antarā.

24- c) L’occlusiva finale, a contatto con qualsiasi nasale, diventa essa stessa la nasale della propria categoria. Così k > ṅ, ṭ > ṇ, t > ṇ, p > m. Ricordiamoci che una c finale è impossibile (14). Esempi: vāk + na + asti > vaṅ nāsti (“non è una parola”); saṁrāṭ + nayati > saṁrāṇ nayati (“il re conduce”); samit + nīyate > samin nīyate (“ci dividiamo il registro”); anuṣṭup + na + asti > anuṣṭuṁ nāsti (“non è una stanza”).

25- d) Un caso particolare è quello di t a contatto con una palatale o una l: il risultato è l’assimilazione della t alla suddetta palatale o alla l. Esempi: tat + jalam > taj jalam (“quest’acqua”); tat + labhate > tal labhate (“prende questo”). Se la palatale iniziale è la sibilante ś, l’assimilazione è doppia: la dentale finale diventa c e la sibilante diventa ch; abbiamo l’equazione: t + ś = c ch. Esempio: tat + śāstram > tac chāstram (“questo libro”).

26- 2° Nasali. - In pratica, le uniche nasali che incontriamo alla fine della parola sono n e m. Ci sono quindi solo due casi da considerare:
a) m si indebolisce in anusvāra (, cfr. 8 c) in contatto con qualsiasi consonante e rimane come è in contatto con qualsiasi vocale. Esempio: ahaṁ + tam + aśvaṁ +paśyāmi > ahaṁ tam aśvaṁ pasyāmi “ (Io lo vedo questo cavallo! »).

27- b) Il trattamento di n è più complesso; procediamo con approcci successivi partendo dal più semplice:
n preceduto da una vocale lunga viene mantenuto senza cambiamento al contatto con qualsiasi vocale. Esempio: babhrūn asvān ayunak (“ha imbrigliato i cavalli bruni”);
n preceduto da una vocale breve si raddoppia a contatto con qualsiasi altra vocale. Esempio: āsan + atra + janāḥ > āsann atra janāḥ (“le persone erano lì”);
A contatto con una palatale, n si palatalizza. Esempio: tān + janān + cakṣate > tān janāñ cakṣate (“vede queste persone”). Se questa palatale è la sibilante ś, si trasforma a sua volta in ch. Esempio: tān + śatrūn + śapate > tāñ chatrūñ chapate (“maledice i suoi nemici”);
A contatto con una occlusiva appartenente ad una categoria che comprende una sibilante (quindi: palatale, cerebrale, dentale), n diventa anusvāra () e sviluppa la citata sibilante (quindi: n + c > ṁśc; n + > ṁṣṭ; n + t > ṁst). Esempi: tīrthān + tarati > tīrthāṁs tarati (“passa dei guadi”), asvān + ca + paśyati > aśvāṁs ca pasyati (“e vede dei cavalli”);
Un fenomeno simile può essere osservato a contatto con un l: n + l = ṁll. Esempio: tān + lokhān + labhān + labhate > tāṁl lokāṁl labhate (“si impadronisce di questi mondi”).

28- 3° Visarga. - Il visarga (), questo soffio espirato risultante dall’indebolimento di una r o di una s in finale assoluto (15) è un fonema particolarmente instabile. Quando è in contatto con altri fonemi, si possono distinguere non meno di sette possibilità.
a) A contatto con le occlusive gutturali (k, kh) e labiali (p, ph) sorde, il visarga rimane invariato. Esempio : aśvaḥ khādati gardabhaḥ pibati (un cavallo mangia, un asino beve “).
b) A contatto con le occlusive sorde palatali, cerebrali, dentali, il visarga si trasforma nella corrispondente sibilante. Quindi + c (o ch) > śc (o śch); + (o ṭh)> ṣṭ (o ṣṭh); + t (o th) > st (o sth). Esempio: asvaḥ + tvarate + gardabhaḥ + ca + tiṣṭhati > aśvas tvarate gardabhaś ca tiṣṭhati (“il cavallo si affretta, l’asino resta fermo”).
c) A contatto con qualsiasi sibilante, il visarga può essere trasformato in questa sibilante ( +ś = śś) ma, nella pratica, rimane invariato: purusaḥ smayate (“l’uomo sorride”), oppure puruṣas smayate.

29- d) A contatto con qualsiasi sonora, il visarga risultante dall’indebolimento di una r, ritorna alla sua forma iniziale (diventa quindi di nuovo r). Esempio :punaḥ + agacchat (“è tornato”) diventa punar agacchat, perché la forma punaḥ è nata da un punar impossibile in finale assoluta (15).
e) Il visarga che era una s (di gran lunga il caso più frequente), e preceduta da una breve a, scompare di fronte a qualsiasi sonora, mentre la a breve si trasforma in una o. Esempio: aśvaḥ + dravati > asvo dravati (“il cavallo corre”). Va da sé che la finale o così ottenuta viene trattata a sua volta secondo le regole date in 21 e e f. Esempio: asvaḥ + asti > asvo + asti > asvo ‘sti (“c’è un cavallo”).
f) Il visarga che risale ad una s e preceduto da una lunga ā scompare prima di qualsiasi sonora e la ā viene mantenuta, immutata. Esempi: aśvāḥ + dravanti > aśvā dravanti (“i cavalli corrono”); asvāḥ + adanti > asvā adanti (“i cavalli mangiano”). Si noti l’assenza del saṁdhi secondario (ā e a si mantengono in iato nell’ultimo esempio, mentre “la cavalla mangia” aśvā + adati sarebbe diventato aśvādati, secondo 17 a).
g) Infine, il visarga che torna alla s e preceduto da un qualsiasi dittongo o vocale (diverso da a e ā) si trasforma in r a contatto con qualsiasi suono. Esempi: raviḥ + udeti > ravir udeti (“il sole sorge”); gauḥ + duhyate > gaur duhyate (“mungiamo la mucca”).

30- Osservazioni conclusive. - Il  saṁdhi è di gran lunga la difficoltà maggiore per chi vuole leggere testi in sanscrito. Nasconde forme grammaticali (dietro l'anodino bhavan si deve riconoscere un participio presente - suffisso ant - e un sostantivo. m. sg. desinenza -s), pone trappole (se la r di punar agacchat è autentica, quella di ravir udeti non lo è), distorce persino l'iniziale delle parole (dietro tāñ chatrūn si deve riconoscere tān śatrūn) o impedisce di riconoscere le parole stesse (dietro sāśvevādati si deve riconoscere sā, aśvā, iva, adati "mangia come una giumenta": quattro parole ridotte a una!) Ripetiamo che i pandit, pur nutrendosi fin dall'infanzia del latte del linguaggio "divino", evitano tali equivoci. Perché nessuno può capire senza qualche momento di riflessione (o meglio ancora senza che l'interlocutore ripeta l'espressione) rebus del tipo rajeheje (rājā iha īje " qui il re ha offerto un sacrificio") o sūryodihītyāhācūryaḥ (sūrya, udihi! iti ūha ācāryas : "O sole, alzati!" dice il saggio).