Grammatica sanscrita

la sintassi - la frase


III. - La frase

1- Introduzione
2- La frase nominale
3- Esempi di frase


182- La struttura della frase sanscrita si evolve notevolmente dal vedico al classico: nell’antichità predominano i verbi coniugati e permettono costruzioni simili a quelle del greco; il discorso indiretto è sconosciuto e la subordinazione è di fatto ridotta al sistema a due elementi (principale/subordinata) con un uso costante di correlativi. Così allo ya- (“colui che”) della subordinata corrisponde il ta- (“quello”) della principale: sā bhāryā yā pativratā “la sposa autentica è devota al marito” (parola per parola “colei che [] ha-per- devozione-suo-marito [composto bahuvrīhi], quella [, correlativo] è sposa”). Allo stesso modo, yathā (“nel quale modo, come”)/tathā (“così, in questo modo”); yadā (“quando, ogni qualvolta”)/tadā (“allora”); yatra (“dove, nel luogo”)/tatra (“là, in quel luogo”); yāvant- (“tanto quanto”)/tāvant (“tanto”); ecc.) Questo tipo di frase (la subordinata che normalmente precede la principale) sopravvive nella poesia classica, soprattutto nella poesia gnomica, ma in ribasso rispetto alla frase nominale, che è di gran lunga la più usata.

183 -La frase nominale. - Si tratta di un tipo di frase in cui i vari processi sono espressi da nomi o da forme verbali nominali (p.es. participi) declinati o fissi. Così, di fronte a kumbhakaraḥ kumbhaṁ cakāra (“il vasaio fece un vaso”) avremo kumbhakareṇa kumbhaḥ kumbhaḥ kṛtaḥ (“dal vasaio un vaso [fu] fatto”). Il procedimento è anche usato nello stile narrativo, dove si usano non solo i participi passati passivi (°ta-) e attivi (°tavant-), ma anche assolutivi, infinitivi, aggettivi di obbligazione, etc.

184- a) L’assolutivo è usato per denotare un evento precedente a quello della principale: kumbham kṛtvā kumbhakaro gataḥ “il ceramista se ne andò dopo aver fatto il vaso” (assolutivo nella subordinata, posta davanti; participio passato passivo nella principale). Va da sé che il soggetto delle due azioni deve essere lo stesso.

185- b) L’infinitivo ha più spesso il valore di scopo; il suo regime è all’accusativo: kumbhaṁ rājānaṁ toṣayituṁ kṛtvā kumbhakaro gataḥ “il vasaio se ne andò (participio passato passivo) dopo aver fatto (assolutivo) un vaso, per compiacere (infinitivo del causativo di TUS- “essere soddisfatto”) il re (accusativo)”. Molto spesso l’infinitivo è sostituito da un sostantivo al dativo (il cui regime è poi quello del genitivo): rājñaḥ tuṣṭaye (“per la soddisfazione del re”) esprimerebbe la stessa idea di rājānaṁ toṣayitum (“per soddisfare il re”).

186- I participi presente e futuro chiamano quasi inevitabilmente un verbo coniugato alla principale: kumbhaṁ kurvān kumbhakaro smayate (“mentre fa il vaso, il vasaio sorride”); come per i participi passati, sia attivi che passivi, funzionano con un ausiliare (il più delle volte “essere”) che viene regolarmente omesso, anche alla lª e 2ª persona : nella frase tac chrutvā sa tathā kṛtavān (“dopo aver ascoltato questo [discorso] egli agisce come [indicato]”) il participio passato attivo kṛtavant- è seguito da un asti (o bhavati) invisibile .

187- d) Gli aggettivi di obbligazione (161 ) sono usati in condizioni simili: un’espressione come tad asmābhiḥ kartavyam “noi dobbiamo fare questo” (parola per parola “questo da noi deve essere fatto”) dissimula un asti che riappare solo se viene introdotta una sfumatura modale: tad asmābhiḥ kartavyaṁ syāt “noi dovremmo fare questo” (“questo dovrebbe essere fatto [syāt, ottativo di AS- “essere”] da noi”).

188- Esempi di frasi
a) Frase nominale (Pañcatantra, 4, 6) so ‘pi brāhmaṇaḥ kalaham asahamāno bhāryāvatsalyāt bhāryāvatsalyāt svakulumbaṁ parityajya brāhmaṇyā saha deśāntaraṁ gataḥ
“Il bramino, non potendo più sopportare la disputa, abbandonò la propria casa, per amore di sua moglie, ed andò con lei in un paese straniero”;
qui si tratta di una frase con tre proposizioni: la principale che esprime l’idea centrale della partenza verso un paese straniero comprende due subordinate, una che evoca lo stato mentale del soggetto (che non può più sopportare litigi), l’altra un’azione preliminare prima della partenza (abbandono della casa); quindi abbiamo tre tipi di forme verbali (tutte nominali: un participio presente medio SAH-a + māna- (con un prefisso a- che esprime la negazione), un assolutivo pari + TYAJ-ya (azione precedente a quella del principale), un participio passato passivo GA-ta- (con l’ausiliare asti non espresso). Si noterà che la causa dell’abbandono della casa è denotata da un ablativo vatsalyāt (“per amore”) l’oggetto di questo affetto essendo lui stesso il primo membro del composto determinativo (tatpuruṣa) bhāryā- (“sposa” questa parola è un aggettivo di obbligo, di BHṚ- “portare”; la bhāryā- è “colei alla quale [il marito] deve dare il suo sostegno”); l’idea di accompagnamento che può essere espressa dal solo strumentale è qui espressa con l’aiuto di una preposizione brāhmaṇyā saha “con la bramina” (fem. in -ī- di brāhmaṇa-).

189- b) Frase con verbi coniugati (Gītagovinda, 5, 1) “ aham iha nivasāmi ; yāhi ! Rādhām anunaya ! madvacanena tv ānayethāḥ;” iti Madhuripuṇā sakhī niyuktā, svayam idam etya, punar jagāda Rādhām”.
““Per quanto mi riguarda, io mi sistemo qui; tu vai! riconcilia Rādhā e cerca di portarla qui grazie a questo messaggio da parte mia!” Così l’amica, su ingiunzione di Madhuripu, si recò laggiù e si rivolse nuovamente a Rādhā”.
In questo caso, il discorso in stile diretto utilizza un presente (radice VAS-), due imperativi (YĀ-hi e NAY-a) e un’ottativo medio (2° sg., da - con preverbo ā-); siccome questo ottativo viene subito dopo una serie di imperativi, si deve presumere che il soggetto che parla abbia un dubbio sul risultato dell’azione (mentre era certo che l’amica sarebbe partita e avrebbe potuto riconciliare Rādhā). Il seguito combina un verbo coniugato (nella principale: ja-GĀD-a “rivolgersi a” + acc.), un assolutivo (ā-, preverbo, + I-tya) che segna l’anteriorità dell’azione di “andare” su quella di “parlare”, e un participio passato passivo che, qui, esprime solo uno stato (l’amica è stata “ingiunta” da Kṛṣna (Madhu-ripu- “l’avversario del demone Madhu”).