Grammatica sanscrita

la sintassi - modi e tempi


II. - Modi e tempi

1- Introduzione
2- Presente
3- Futuro
4- Imperativo
5- Ottativo
6- L’espressione del passato



174- Il sanscrito classico fa una scarsa distinzione tra ciò che le grammatiche classiche chiamano “modi” e “tempi”; in vedico i valori temporali erano ben marcati (soprattutto per le varie sfumature del passato), ma la modalità rimaneva rudimentale. L’evoluzione, osservabile in latino, ad esempio, verso una chiara opposizione tra l’indicativo (modo del vissuto) e il congiuntivo (modo del concepire) non ha avuto luogo, probabilmente perché il sanscrito è diventato troppo presto una lingua morta; inoltre, il fatto che la stragrande maggioranza dei testi letterari classici sia in versi non facilita l’osservazione, data la libertà sintattica insita nella poesia.

175- 1. Il presente (anche nelle coniugazioni “derivate”: causativo, ecc.) è prima di tutto un indicativo puruṣaṁ paśyāmi “vedo un uomo”; kumbhaṁ kārayāmi “faccio fare un vaso”. Quindi, due valori secondari:
a) Un passato narrativo vago, denotato da un presente seguito dalla particella indeclinabile sma (tipo: siṁho vane vasati sma “un leone viveva in una foresta” = “c’era una volta un leone che viveva in una foresta”);
b) Un futuro prossimo che denota un’intenzione (tipo: atha gṛhaṁ pratigacchāmi “e ora rientrerò a casa”).

176- 2. Il futuro denota ovviamente l’azione che verrà (e in particolare di quella che è destinata ad accadere di sicuro): gṛhaṁ bhaviṣyāmi bhaviṣyāmi śvaḥ “domani sarò a casa”. Spesso si incontrano valori modali (che sono sopravvivenze): intenzione, possibilità, augurio; quindi, con yadi (“se”), un’esitazione tra futuro e condizionale (“se mi abbandoni, morirò”, o “se mi abbandonerai, io morirò”); quest’ultimo, che denota l’irreale in generale, viene utilizzato volentieri in entrambe le proposizioni: yadi tvaṁ mam ahāsyaḥ, atha aham amariṣyam.

177- 3. L’imperativo possiede tutti i valori attesi: in primo luogo l’ordine rigoroso, l’invito vincolante; in secondo luogo l’autorizzazione, il consiglio: śṛṇu rājan “ascolta, o Re! In terza persona, ci sono alcune sopravvivenze del congiuntivo (scomparso nel periodo classico), soprattutto il desiderio, frequente nelle formule liturgiche: saha nāv avātu śivah “che Śiva ci [a noi due: duale] sia favorevole”. Il divieto è normalmente espresso dall’ingiuntivo che, nel classico, è solo proibitivo (con la particella : mā bhaiṣīr na mariṣyasi “non temere, non morirai”); ci sono, tuttavia, alcuni esempi di imperativi con (o anche con na).

178- 4. Solo l’ottativo presenta valori modali ben caratterizzati, in parte ereditati dal congiuntivo vedico. In primo luogo, l’espressione d’augurio (ottativo propriamente detto): evaṁ syāt “che così sia!” a cui si riallacciano l’invito ad agire (ortativo) e il prescrittivo usato nelle istruzioni rituali: svāmī madgṛhaṁ gacchet “voglia il Maestro venire a casa mia”; agnihotraṁ juhuyāt svargakāmaḥ “colui che desidera il Cielo deve offrire l’oblazione ad Agni”. D’altra parte, l’ottativo esprime l’eventualità (potenziale) varṣet śvaḥ “forse domani pioverà”, da cui il suo utilizzo in frasi irreali o ipotetiche. Si trova anche (ma raramente) con una sfumatura preterita: ko nu mām anuśiṣyāt “e chi dunque mi avrebbe dato l’insegnamento? (Chānd. Up,9 4.14.2).


5. L’espressione del passato era ben equilibrata in vedico, dove i rispettivi valori dell’imperfetto, del perfetto, dell’aoristo, erano chiaramente marcati. Nel classico, solo i migliori autori (Kalidāsa in particolare) tengono conto delle sfumature di significato.

179- a) Il preterito a) Il preterito semplice (fatto recente osservato dal soggetto parlante) è denotato dai vari aoristi (senza distinzione): è il tempo trascorso più usato nello stile parlato (dialoghi di teatro, ecc.): tām ahāsīt “Egli l’ha lasciata”. Lo stesso valore temporale è espresso dal participio passato attivo (160) in tavant-: taṁ dṛṣṭavān asmi “Io l’ho visto”.

180- b) Il passato narrativo (passato lontano di cui il soggetto che parla è testimone) è denotato dall’imperfetto (e, in via accessoria, dal presente con sma): śṛgālaḥ siṁham apaśyat “lo sciacallo vide il leone”; varaṇasyāṁ kaś-cid brāhmaṇaḥ prativasati sma “un certo bramino viveva a Benares”. Nella prosa classica, questo passato è per lo più notato dal participio passato passivo: śṛgālena siṁho dṛṣṭaḥ “lo sciacallo vide il leone” (parola per parola “dallo sciacallo il leone [fu] visto”).

181. c) Per quanto riguarda il perfetto, in origine denotava uno stato, consecutivo a un evento passato e concluso. In declino continuo, il perfetto esprime in termini classici solo un passato vago, senza alcuna determinazione particolare (con, però, la tendenza a notare piuttosto il passato “definitivo” caṇḍālo rājā babhūva “il paria è diventato re”).