Grammatica sanscrita

il verbo


IV. - Sistema del perfetto

1- Generalità
2- Morfologia
3- L’ottativo
4- Il participio
4- Il perfetto perifrastico



142- Generalità. - Il sistema del perfetto (sintassi: 181) in Vedico era completo con un indicativo, un congiuntivo e un participio. Il sistema classico ha conservato solo l’indicativo, il participio e alcune sopravvivenze dell’ottativo. Morfologicamente, il radicale del perfetto è costituito dalla radice che subisce un raddoppio. Si tratta quindi di una formazione atematica, che implica l’alternanza, secondo le regole date in 110: stato forte (radice al grado pieno) al singolare stato attivo, stato debole (radice al grado zero) in ogni altro luogo. Ci sono nuove desinenze.

143- Morfologia. - a) Il raddoppio segue esattamente le regole date per i presenti a raddoppio (112): la sillaba raddoppiata include la consonante iniziale della radice, dove esiste, e il vocalismo della radice al grado zero. Esempi: pu-PUṢ-ur “prosperarono”; ūcur “dissero” (da VAC-; grado zero UC-, raddoppio u-; u-UC-ur). Ci sono alcune peculiarità: quando la ripetizione si riduce a una vocale che non può fondersi con l’iniziale della radice (caso di i e u in contatto con e e o), si ha una dissimilazione: iy-EṢ-a “egli desiderò” (da IṢ-), ma īṣur (= i + IṢ + ur) “desiderarono”.
144- Nota. - Alcune radici sembrano avere un perfetto non raddoppiato con un vocalismo insolito. Così SAD- "sedersi" sa-SAD-a (1ª sg. att.)/sede (ibid. medio); il confronto con l'iraniano ha stabilito che si tratta in realtà di un regolare perfetto che include al pl. attivo e al medio la radice al grado zero -SD- con il normale raddoppio sa-. Tuttavia, in sanscrito, il gruppo as davanti a una sonora passava sempre ad e in saṁdhi interno (mentre passa ad az in iraniano: da qui le equivalenze mazdā, iraniano/medhā- in sanscrito, entrambe da mas + dhā-). Successivamente, il fenomeno si è diffuso a poche radici dove non si giustifica.

145- b) La radice si alterna come indicato sopra. Tuttavia, alcune di loro rimangono ovunque al grado zero: ni-NIND-a “egli biasimò” (3ª sg. attiva). Questo è soprattutto il caso di BHŪ- “diventare, essere” che, inoltre, ha un raddoppio dal vocalismo aberrante: babhūva “divenne” (con dissimilazione di ū prima della disinenza vocale). Infine, se la radice ha una a corta nel grado pieno, questa a è regolarmente allungata alla 3ª sg. attiva: papāca (da PAC- “cuocere”); sasāda (da SAD- “sedersi”), questo allungamento a volte appare anche all 1ª sg. attiva.

146- c) Desinenze

    Sg. Du. Pl.
Attivo 1…
2…
3…
-a
-(i)tha
-a
-(i)va
-athur
-atur
-(i)ma
-a
-ur
Medio 1…
2…
3…
-c
-se
-e
-(i)vahe
-āthe
-āte
-(i)mahe
-(i)dhve
-ire



Nota. - 1° Queste desinenze sono nuove solo in parte; si noterà principalmente la -a dell'attivo alla 1ª e 3ª singolare, 2° pl plurale; le finali in -ur del duale attivo; le finali in -ire della 3ª pl. del medio.
**2°** La i tra parentesi nella tabella sopra riportata appare spesso dopo consonante: pecitha "tu cuocersti" (si trova anche: papaktha) e talvolta anche dopo vocale (con dissimilazione): babhūvitha.
**3°** Le radici, non alternate, con finale in ā (DĀ- "dare", STHĀ- "stare in piedi", ecc.) hanno all'attivo sg. la 1ª e la 3ª persona in -au (dadau, tasthau); in tutto il resto la ā scompare a favore delle desinenze stesse (dadima, dadur, dade, ecc.).


147- Esempi di flessione: all’attivo sg. PUṢ- “prosperare”; al plurale: DṚŚ “vedere”; al medio sg. VAC- “parlare” (zero: UC-, raddoppio u-, con saṁdhi); al medio plurale DĀ- “dare”.

    Sg. Pl.
Attivo 1…
2…
3…
pupoṣa
pupoṣita
pupoṣa
dadṛśima
dadṛśa
dadṛśur
Medio 1…
2…
3…
ūce
ūciṣe
ūce
dadimahe
dadidhve
dadire



Nota. - Quando la radice, al grado pieno, termina con un dittongo (caso delle radici in i/ī e u/ū sprovvista di consonante terminale), questa (quindi e o u) diventa ay o av, secondo 32c: ninayitha (= ni + NE + itha, da - "condurre"), tuṣṭavitha (= tu + STO + itha, da STU- "lodare"); alla 3ª sg. si produce l'allungamento della  a radicale , anche se è inautentico: nināya, tuṣṭāva (attenzione! non è vṛddhi!).


148- L’ottativo quasi scomparso nel classico, si formava con l’aiuto dell’affisso modale -yā- (all’attivo)/-ī- (al medio) attaccato al radicale del perfetto allo stato debole (radice di grado zero); quindi: pupuṣyāt (da PUṢ- “prosperare”), vavṛtīta (da VṚT- “girare”).

149- Il participio, anch’esso poco utilizzato nel classico, si è formato con il suffisso alternato -vaṁs-/-vat- (fem. -uṣī-) nell’attivo, e -āna- (fem. -ānā-) nel medio; entrambi attaccati allo stato debole del radicale: cakṛvāṁsam (acc. m. sg. del participio perfetto attivo di KṚ- “fare”), ūcānānān (acc. m. pl. del participio perfetto medio di VAC- “parlare”). Declinazioni degli attivi: § 86.

150- Perfetto perifrastico. - Si tratta di una formazione indipendente (in quanto non utilizza il radicale del perfetto) dove un nome d’azione con finale ā è portato al singolare accusativo ed è seguito da un ausiliario del perfetto (attivo o medio): KṚ- “fare””, BHŪ- “essere”, AS- “essere”. Per ottenere il nome d’azione, si utilizza la radice così come appare nella 3ª sg. attiva del presente. Esempi; da ĪKṢ- (presente īkṣati) si avrà īkṣāṁ cakre (“vide”), da UD- (presente undati) undāṁ babhūva (“bagnò”). Teoricamente possibile con qualsiasi radice, questo perfetto è per lo più usato con coniugazioni derivate (vedi 151): māpayāṁ cakre “fece misurare” (causativo di MĀ- “misurare”); così come con radici dove la formazione del perfetto sarebbe difficile (esempio di ĪKṢ- dove il raddoppio sarebbe invisibile).