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अ॒ग्निमी॑ळे पु॒रोहि॑तं य॒ज्ञस्य॑ दे॒वमृ॒त्विजं॑ ।
होता॑रं रत्न॒धात॑मं ॥

agnimīḻe purohitaṃ􏱪 yajñasya devamṛ􏱂tvijam|
hotā̍raṃ􏱪 ratnadhātamam ||1||


Traduzione parola per parola (devadatta)
Prego (īle) agni (agnim), il sacerdote domestico (purohitaṃ), il divino (devam) officiante (ṛtvijam / ij / yaj) del sacrificio (yajñasya) che sacrifica al momento opportuno(ṛtvijam/ṛtu),
colui che invoca gli dèi (hotāram) e che più di tutti porta grande ricchezza (ratnadhātamam).


agnim, acc. sg. m. di agni, “agni”.
“Ogni libro del ṛgveda inizia con un inno al dio Fuoco, agni. Poiché il fuoco è considerato il corrispondente terrestre del sole, il fatto che gli uomini ne abbiano il controllo mostra che sono in armonia con gli dèi. Per quanto riguarda la vita religiosa e l’economia del sacrificio, agni è per eccellenza l’intermediario tra gli uomini e gli dèi. Anzitutto segnala agli dèi il compimento di un sacrificio e il luogo dove esso avviene. Inoltre rappresenta la bocca degli dèi, poiché è tramite il fuoco che questi assaporano le offerte. Il rumore del fuoco è percepito come parola divina, come oracolo da interpretare. Il fumo prodotto dalla libagione prova che questa sale nel mondo celeste dove verrà accettata dagli dèi, i quali, in contraccambio per l’offerta ricevuta, concederanno agli uomini le ricchezze sperate. Il fuoco ha d’altro canto una forte connotazione sociale. Al fuoco domestico presente in ogni casa si aggiungeva un fuoco pubblico che rappresentava la tribù. Senza il fuoco questa perdeva la capacità di sacrificare e quindi il contatto con gli dèi ed era condannata a scomparire.” (Ph. Swennen, note in Hinduismo antico, Mondadori)

īle, v. 2ª cl.Ā 1ª p. sg. pres. di √īḍ-, implorare, chiedere, pregare
purohitam,acc. sg. m. di purohita- sacerdote di famiglia, cappellano domestico, letteralmente “colui che è posto in testa o di fronte, incaricato, designato, nominato”
“Non esistono termini italiani per tradurre esattamente i nomi di tutti i sacerdoti vedici. Il sanscrito purohita, letteralmente «posto davanti, incaricato», è di solito tradotto «cappellano», perché questo sacerdote era responsabile del fuoco familiare de re e durante i culti stava davanti vicino al fuoco.” (Ph. Swennen, op. cit.)
purohita-, il sacerdote di famiglia o cappellano domestico. Nelle corti regali rivestì un ruolo al contempo religioso e politico: mediante la celebrazione dei rituali contribuiva infatti a rafforzare la legittimità e l’autorità del re, ricevendone in cambio protezione e rispetto. Di qui la sua denominazione (in sanscrito «colui che è posto di fronte»)”. (Treccani)
purā-, avv., prima, tempo addietro, un tempo; in una esistenza precedente
hita-, agg. posto, collocato, situato, posato sopra
√dhā-, v. cl. 3ª P. Ā. , porre, collocare, porre in o sopra
yajñasya, gen. sg. m. di yajña-, offerta, oblazione, sacrificio, “del sacrificio”
devam, acc. sg. m. di deva-, divinità, dio
ṛtvijam, acc. sg. m. di ṛtvij, sacerdote (che sacrifica al momento opportuno, che sacrifica regolarmente)
“La metafora del fuoco come sacerdote si ritrova nella parola ṛtvij, «che sacrifica (ij/yaj) a tempo (ṛtu)», la quale fa riferimento alla più antica competenza dei sacerdoti che devono sapere quando offrire i sacrifici. In una cultura attenta ai fenomeni della natura i sacerdoti dovevano osservarne i segni, tra i quali i cicli stellari, per stabilire quando organizzare un culto” (Ph. Swennen, op. cit.)
√yaj-, v. c. 1 P. Ā., venerare, adorare, onorare con sacrifici
ṛtu-, sost. m. punto stabilito nel tempo, tempo fissato, indicato per un’ azione (specialmente per i sacrifici e il culto regolare), tempo giusto e approppriato
hotāram, acc. sg. m. di hotṛ-, colui che offre l’oblazione o l’offerta bruciata, sacrificatore, sacerdote che durante il sacrificio invoca gli Dei o recita il ṛgveda.
“La parola hotṛ- è molto importante nel ṛgveda, perché designa il sacerdote che recita gli inni durante il culto. In realtà la parola, derivata dal verbo √hu-, «offrire, sacrificare», designava in origine, in epoca indoiranica, il sacerdote che offriva le libagioni nel fuoco. Nella religione vedica classica, però, il hotṛ non fa libagioni, ma recita gli inni, cosicché la tradizione vedica intende la parola con il senso di «lodatore», come se derivasse dal verbo hve-, «invocare, chiamare». Questo inno, che nella strofa 5 associa hotṛ- e potere poetico (kavikratu), implica già il nuovo significato. (Ph. Swennen, op. cit.)
hotṛ- è uno dei nomi con i quali viene glorificato agni come colui che celebra un sacrificio” (Parmenides)
√hu-, v. cl. 3 P. sacrificare, offrire, presentare un’oblazione (specialmente burro sul fuoco)
√hve-, v. cl. 1 P. chiamare, invocare, convocare
ratnadhātamam, = ratna- + dhā + tama; acc. sg. portatore di grande ricchezza
ratna-, sost. n. dono, regalo, bene, ricchezza, possesso
dhā-, sost. m. portatore conferitore, detentore, sostenitore
tama, suff. impiegato per formare il superlativo di agg. e raramente di sost.