Il problema dell'ellissi nel ṛgveda

Études védiques e paninéennes, vol. 1

IL PROBLEMA DELL’ELLISSI NEL ṚGVEDA, Louis Renou

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§ 1. Non si è soliti considerare l’ellissi come un concetto linguistico valido. Spesso, infatti, ciò che si descrive con questo termine, in modo puramente empirico, è il fatto che a una frase presa in una lingua data, manchi un elemento più o meno importante il cui bisogno sembra derivare dal fatto che altre lingue lo utilizzano — e in particolare la lingua propria dell’autore di tale constatazione.

Per studiare il problema dell’ellissi nel Ṛgveda, è necessario separare i casi in cui l’ellissi è solo apparente, risultato di una cattiva interpretazione, sia filologica che propriamente linguistica. È notevole che solo una minoranza dei casi di « Ergänzung von Weggelassenem » [aggiunta di informazioni mancanti] registrati da Oldenberg nei due indici delle sue Noten sia stata conservata da Geldner, che invece conosce una moltitudine di ellissi sulle quali l’attenzione dei suoi predecessori non era stata attirata. Le innumerevoli ellissi segnalate da Sāyaṇa ci portano oltre i limiti che si impongono gli autori moderni. Il procedimento dell’adhyāhāra rimarrà molto apprezzata da tutti i commentatori. Non sarà mai possibile fornire uno stato esaustivo, e probabilmente non sarebbe nemmeno desiderabile, poiché questo fenomeno è spesso solo un elemento secondario, interpretabile diversamente, di una realtà complessa e sfuggente.

Il duale detto “ellittico”, del tipo mitrā́, non comporta naturalmente alcuna omissione vera e propria, anche se si constata, come spesso accade, che l’elemento “omesso” è stato restituito nel contesto (tipo mitrā́… váruṇā́, anche in contatto mitráyor váruṇáyoḥ, o ancora, con il secondo elemento al nominativo, mitrā́… várunṇaś ca). Si tratta, come è noto da tempo, di un aspetto ereditato dal duale, e forse l’aspetto fondamentale. Al massimo, si osserverà che si è esteso nel RV. oltre l’uso originale, in casi come víprā… kārū́ (e jātávedasā, ibid.) 7.2, 7 “il sacerdote ispirato e (il dio) Jātavedas” (che formano i due Hotṛ Divini), o come ubhā́ śáṃnsā náryā 1.185, 9 “elogio da parte degli uomini e elogio da parte degli dei” (= nárā° e deva-śámsa). Cf. ancora mā́sā 6.34, 4 (Geldner ad loc.), probabilmente per sū́ryāmā́sā; e gli aggettivi kṛṣṇé 3.31, 17 (id.) śabálau 10.14, 10 ? (Old. ad loc.). Il tipo mitrā́, nella lingua madre, doveva infatti essere stato riservato a coppie divine (tra cui si possono contare forse gli Aśvin così come le Rodasī).

Sulla base del “duale ellittico”, si è sviluppato qua e là un “plurale ellittico”, dove un’espressione unica riassume più elementi distinti, in generale tre (o: due+uno). È ciò che si può osservare, con diversi gradi di certezza, in mitrā́saḥ 7.38, 4 e aryamáṇaḥ 5.54, 8; nei (tre) rócana o nei (tre) rájas, passim (cf. anche la menzione delle sei urvī́ 6.47, 3 10.128, 5); infine, forse, nei plurali kóśa 8.2, 8 (= le due camū́ + il kóśa; ibid. nel medesimo senso, camū́ plur.), gharmá 7.33, 7, pavítra 9.73, 8; 97, 55, le dhiṣáṇā 5.69, 2 (nozione cosmica o rituale? o entrambe contemporaneamente?), e tutti gli impieghi in cui si può sospettare una tripartizione a elementi non uniformi. Per estensione, si trova l’espressione saptá hótāraḥ (Oldenberg Noten 2, p. 135, n. 1), nella quale la parola hótṛ si adatta, a rigor di termini, solo al primo elemento della serie. Ma la portata linguistica di questo sviluppo secondario è, in fin dei conti, piuttosto limitata; l’unica cosa che possiamo imparare da questo è che non si tratta di un’ellissi1.

§ 2. Un’altra categoria di fatti, senza dubbio anch’essi ereditati nei loro principi, ma che il RV. ha certamente portato a un alto grado di produttività e flessibilità, è quella del preverbo utilizzato con “ellissi” del verbo personale (o, eventualmente, del participio che agisce come predicato di una proposizione complementare). Si sa che, in molti passaggi della Saṃhitā, soprattutto all’inizio degli inni (o, almeno, di una strofa che inaugura un cambiamento del discorso), capita che un preverbo isolato — due, in contatto, come in abhyā́ 9.85, 2, ma eccezionalmente — sia in grado di assumere da solo la funzione verbale. Si tratta di preverbi che segnano più o meno chiaramente un movimento (ma questo è un impiego comune dei preverbi vedici), rendendo ad esempio il senso facile di “invito, canto, vado”, o, ancor più spesso, quello di un imperativo esortativo “vieni, venite, ecc.”. Ma ci sono anche numerosi casi irriducibili, dove il verbo mancante è di carattere quasi imprevedibile.

L’origine del movimento risiede, naturalmente, nel fatto che il preverbo era essenzialmente autonomo. Alcune circostanze hanno aiutato, come il fatto che certi preverbi ripetuti hanno un unico e stesso verbo di supporto, con soggetti o complementi differenti, come in 9.23,4 o (caso estremo) 97,49-51 abhí… arṣa… abhí… | abhí… abhí… | ecc. Tali preverbi svolgono un ruolo che in altri stati della lingua è assegnato alle particelle di collegamento, o addirittura alla semplice punteggiatura enumerativa. Danno l’impressione che il verbo non sia un elemento indispensabile, proprio laddove c’è un preverbo dinamico. A ciò si aggiunge anche la pressione dello “stile nominale”, che nella lingua usuale contemporanea degli Inni doveva superare in vitalità quello che vediamo nella dizione poetica, incline a usare e abusare delle forme personali del verbo, soprattutto ai tempi del passato.

Sia come sia, il verbo assente può essere dedotto in molti passaggi dal contesto immediato, indipendentemente dal fatto che si tratti della stessa forma o di un’altra forma coniugata: il contesto può essere quello di una strofa precedente, così si restituirà facilmente asṛjaḥ 6.30, 5a dopo apó ví, da ávāsṛjo apáḥ 4d: si tratta di un indizio negativo della sequenta strofica2. Spesso anche (e probabilmente, nella maggior parte dei casi), la formula ellittica può essere completata con l’aiuto di qualche formula completa situata in un altro punto della Saṃhitā, così prá 7.87, 1 che Geldner completa facendo appello a 2.28, 4 3.31, 16; 32, 6, ecc. Questo tipo di riferimento latente implicito in un tale sistema è istruttivo per chi cerca di capire il modo in cui gli Inni sono stati fabbricati, per mezzo di formule circolanti. Ma il fatto stesso che si sia utilizzata, in un punto dato, un’espressione ridotta che esisteva altrove in forma esplicita, comunque la si interpreti, mostra almeno che si poteva facilmente fare a meno dell’elemento verbale che a noi appare essenziale.

In molti casi, non c’è un modello esterno, o perché non c’è mai stato, o perché non è mai stato conservato dai manipolatori di formule. Si noti, ad esempio, il prá di 5.30, 8 (d) che sembra postulare sia avartayaḥ per il pāda c, sia avartayatām per d (Geldner), forme lontanamente sollecitate dalla vicinanza di vártamānam c. Un preverbo può quindi, con la sua sola presenza, evocare un’idea più o meno precisa in un contesto determinato, come abhí che designa l’attacco, práti la difesa, áti (nel nono libro) il soma “che attraversa” il filtro; evoca (figurativamente) le porte che si aprono, come in sū́ro yác chakra ví dúro gṛṇīṣe 6.35, 5 “o potente (Indra), sei cantato (come) un eroe, per il fatto che apri la porta (delle mucche prigioniere, e quindi delle ricchezze)”. C’è tutto un insegnamento da imparare da un passaggio come questo. In apparenza agisce su gṛṇīṣe e illustra, a prima vista, il caso di un preverbo di forza pregnante, “apri cantando”; in realtà, come ha ben visto Geldner, si riferisce a un ūrṇván “ellissizzato”, cioè vyūrṇnván dúro gṛṇīṣe (la connessione diretta ví-gṛ- è sconosciuta). Allo stesso modo, víṣvāny asmai sudíṇāni rāyó dyumnā́ny aryó ví dúro abhí dyaut 4.4, 6 si spiega come se ci fosse ví dúro varo (o analogo) abhidyutānáḥ “tu aprirai per lui, brillando (o Agni), dei bei giorni senza eccezione, (così come) le ricchezze (e) i prestigi del rivale, le porte (che conducono ad essi)”. Qiesta interpretazione è preferibile a quella di Oldenberg, “… die Tore auf (sollst du strahlen), herbei sollst du sie dem (Frommen) strahlen” [aprite i cancelli (irradierete), li irradierete ai (pii)].

§ 3. Sulla base di queste osservazioni, si dovrebbe considerare che, in casi come prá… arṣati 9.20, 1 e casi simili, il preverbo, lungi dall’essere legato al verbo espresso, poggia su un participio yán o gáchan da integrare; il collegamento diretto prá-arṣati non è di natura tale da obbligarci a mantenerlo. Allo stesso modo prá… aheṣata 2.22, 1; préd u (senza verbo personale) 8.2, 13, corrispondente a revā́m̐ ít (ibid.), equivale a prabhávan nel senso di “eminente”. Al contario, nella formula úpa nú prabhū́ṣan 3.55, 1, il primo preverbo si appoggia probabilmente su una forma personale come tiṣṭhāmi (Geldner), piuttosto che sul participio bhū́san con cui si è tentati inizialmente di fare la connessione. L’interpretazione di questi preverbi come elementi isolati è tanto più probabile quanto meno naturale e meno comune è il legame espresso: così prá yó nṛ́bhiḥ… marmṛ́jānáḥ 9.91, 2 “(il soma) che, una volta lavato dagli uomini, si mostra (nella sua gloria)”: questa traduzione evita l’onerosa ipotesi di ammettere sia una combinazione diretta prá-mṛj- (non attestata altrove) sia un participio con valore di verbo personale.

Analogamente, è indicato dissociare práti e bhindhí in 8.44, 11 práti ṣma deva rī́ṣataḥ | bhindhí dvéṣaḥ, e intendere “re(spinge) gli assalitori, spezza l’ostilità”. Questo eliminerà alcune traduzioni basate sulla sensazione che un preverbo funzioni come avverbio o come preposizione: pári pā́rthivaṃ rájaḥ 9.72, 8, che segue pavasva, sarà analizzato come pariyán (con Geldner), non come pári-pavasva (inusuale), né come pári rájaḥ, quindi “purificati avvolgendo lo spazio terrestre!”. Allo stesso modo áti (scil. pavítram árṣan, o simile) 9.36, 2. Prima di ammettere valori preposizionali (che sono generalmente strettamente circoscritti), si dovrebbe ricorrere a questa possibilità: ánū con il dativo è impossibile, pertanto è opportuno restaurare ánu(dadāti) jātávedase 10.115,6 “cede a Jātavedas” (Geldner; altre spiegazioni possibili di Oldenberg). In sostanza, il cliché del dhātulopa dei commentari classici (tipo avakokila, spiegato da avakruṣṭaḥ kokilayā) si basava su un sentimento corretto, anche se dal punto di vista strettamente linguistico è solo un artificio senza validità.

§ 4. Dal gruppo preverbo + verbo si passa impercettibilmente al caso del solo verbo. Esiste una “ellissi” del verbo personale, senza un preverbo che la indichi, e senza che ci sia, ovviamente, la semplice applicazione della frase nominale? Ammettere l’ellissi, come fa Geldner in molti passaggi, significa riconoscere che la nozione di ellissi si è imposta, come uno strumento di espressione negativa quasi normale, agli autori di inni o quantomeno ai propagatori di formule. Certo, come nei casi precedenti, un certo numero di esempi può essere scartato notando che un verbo omesso può essere estratto dal contesto: l’intransitivo vavardha 3.1, 11a deve aver portato all’omissione di vāvṛdhuḥ (transitivo!) in b; un dhāḥ mancante 2.23, 16a può essere facilmente dedotto da dhehi 15d. Allo stesso modo, 10.113, 2a comporta un’ellissi del verbo, interpretabile da 1d; 10.61, 9ab e 11ab, da 10ab. C’è anche azione a distanza, così 7.15, 2a si completa secondo 5.86, 2c e altre formule citate da Geldner ad loc. Non c’è motivo per scartare o negoziare qui un tipo di spiegazione, che era comunemente ammesso nei casi più numerosi e più chiari del verbo accompagnato da preverbo.

Altrove, si potrebbe ricorrere, come fa volentieri Geldner, alla nozione di “zeugma”, cioè ammettere che, in due proposizioni parallele, la presenza di un solo verbo, il cui senso si adatta solo a una delle due proposizioni, valga anche per l’altra. Così ácyutā cid vo ájmann ā́ nā́nadati párvatāso vánaspátiḥ | bhū́mir yā́meṣu rejate 8.20, 5 “ Anche ciò che non può essere scosso (vacilla) al vostro passaggio, i monti, le montagne, l’albero rimbombano; la terra trema alle vostre cavalcate” (cyavante che manca è peraltro ricostruibile grazie a formule come cyavante ácyutā 1.167, 8 e analoghe). Allo stesso modo str. 19; 41, 10 5.54, 14 7.15, 2, ecc. Ma le probabilità di veridicità dello zeugma diminuiscono man mano che ci si allontana da esempi semplici dove i due verbi, se espressi, avrebbero un senso vicino, o quantomeno figurerebbero in formule ben accoppiate l’una all’altra: così nella str. mádhu vā́tāḥ… mádhu kṣaranti sindhavaḥ 1.90, 6 dove è facile restituire “i venti (soffiano) dal mádhu, i fiumi scorrono dal mádhu” (peraltro, il successivo sostantivo per vento, pavana, e già il verbo pū- in un passaggio del RV., 10.128, 2 applicato al vento, presuppongono un’idea di cosa che “scorre”, alla maniera del soma che si purifica scorrendo). È naturale esitare di fronte a una formula come śátrūn anānukṛtyā́ ráṇyā cakártha 10.112, 5 “hai (o Indra) (ucciso) i nemici, compiuto atti gioiosi inimitabili”. L’abbondanza estrema delle doppie e triple proposizioni giustapposte, nella struttura frasale ṛgvédica, rende aleatoria l’interpretazione tramite lo “zeugma”, che si rivela alla fine un artificio di scarsa portata. In breve, si ritorna, che si voglia o no, alla nozione di ellissi.

§ 5. Come nei casi di preverbo + verbo, gli esempi dominanti sono quelli delle nozioni semplici come “invito, canto, ecc.”; vi è una relativa preponderanza dell’imperativo; occasionalmente abbiamo ellissi del verbo in frasi proibitive, come in 1.104, 7c dove tuttavia il dāḥ atteso può essere estratto con difficoltà dal pāda d, o il dhāḥ da adhāyi al pāda a; cf. anche, dopo mā́, 10.100, 7. Alcuni casi sono imbarazzanti: 2.2, 10 vayám agne árvatā vā suvī́ryam bráhmaṇā vā citayemā jánāň áti “che noi possiamo, o Agni, (possedere) la maestria a cavallo, o brillare più degli (altri) uomini per la formula-sacrificale!” costituisce un caso probabile di ellissi del verbo iniziale, tuttavia si potrebbe anche vedere in suvī́ryam un complemento interno di citayema, il che sarebbe piuttosto forzato.

Comunque sia, vi è una serie di proposizioni con verbo mancante, senza che vi sia una proposizione giustapposta, come in 1.169, 1 5.39, 4 6.50, 3 8.19, 23; 74,10: in quest’ultimo passaggio si può pensare di trarre śrávāṃsi tūrvanti dal pāda c (śrávāmsi tūrvatha). L’analisi di passaggi di questo tipo mostra che la distribuzione delle “ellissi”, come era prevedibile, è molto diseguale. Le strofe tenute volutamente oscure utilizzano volentieri questo procedimento, come in 9.66, 18 10.93,5. Per un fenomeno abbastanza facile da spiegare, sono le allusioni mitologiche (così facilmente trasferibili da un punto all’altro della raccolta, e così presenti nella mente dell’ascoltatore) a contenere il maggior numero di ellissi, come in 1.174,3d 4.34,9 6.32,5 8.2,40. Non è un caso se i due inni di ātmastuti di Indra, 10.48-49, abbondano in ellissi del verbo atteso alla 1a pers. del sing. (48, 4a e 6a; 49, 3a, 4a, 6a); dopo aver innescato l’allusione mitologica tramite il pronome ahám, il poeta che parla in nome del dio passa direttamente ai complementi (régimes) e agli attributi. Queste formule sono come tele, in cui un elemento tipico è sufficiente a richiamare il significato. Il fatto che questo elemento tipico non sia il verbo sorprenderà unicamente coloro che dimenticano la degradazione, l’estinzione progressiva delle forme verbali personali in sanscrito (ma risalente a tempi molto antichi nella lingua non stilizzata).

Un numero relativamente frequente di ellissi riguarda le proposizioni subordinate (relative o proposizioni in yád); ad esempio, turyā́ma yás ta ādíṣam árātīḥ 6.4, 5 “che possiamo superare l’ostilità [di colui: anche l’antecedente è omesso!] che [sfida? sic, secondo Geldner] il tuo avvertimento!”; oppure tám u… stómaṃ yám asmai… sūṣám 6.10, 2 “(ascolta) quest’inno che (canto) come tema d’ispirazione” (qui mancano entrambi i verbi, principale e subordinato); o infine ná yásya dyā́vāpṛthivī́ ná dhánva nā́ntárikṣaṃ nā́drayaḥ sómo akṣāḥ 10.89, 6 “a lui (alle cui dimensioni non sono) né il Cielo né la Terra, né la terra ferma, né l’aria, né le montagne, (per lui) è scorso il soma”. Allo stesso modo 1.79, 3; 80,7; 88, 5; 174, 3; 4.34, 9; 5.34, 4; 49, 6; 87, 4; 7.91, 1; 8.24, 25; 10.46, 10) etc. L’interpretazione basata sul contesto, vicino o lontano, si applica naturalmentze qui come altrove: così yānti 10.172, 1b deriva da (ā́) yāhi, pāda a; il ricorso allo “zeugma” è teoricamente possibile qua e là. Tuttavia, è chiaro che abbiamo a che fare con un uso ben accreditato, anche se non si considerano usi di subordinazione apparente, come il yáthā naḥ (cioè vidúḥ) di 4.42, 1. Cercare per ogni esempio una spiegazione particolare equivale ad accumulare scappatoie. Ciò che possiamo notare è che in alcuni casi l’ellissi del verbo (soprattutto del verbo subordinato) si scontra con la nozione del participio che ha valore di verbo personale, un’altra nozione sfuggente sulla quale ci permettiamo di rimandare alle nostre Studi di grammatica sanscrita (capitolo 1).3.

§ 6. Se il problema del verbo solleva interrogativi acuti, mettendo in gioco la nozione stessa di ellissi, le “ellissi” nominali, a cui ora ci riferiamo, sono in generale più facili da interpretare. L’omissione del soggetto, ad esempio, è, in vaste categorie di vocabolario, praticamente la regola. Al poeta importa poco, in molti casi, che rimanga incerta la natura del soggetto, che non si sappia se tale azione abbia come agente il poeta stesso, l’officiante, il patrono del sacrificio, la divinità (cfr. l’osservazione preliminare di Geldner sull’inno 1.95); ciò che ostacola la nostra lettura è una deliberata oscurità o, al contrario, un semplice alleggerimento di un’affermazione ritenuta di per sé intelligibile. Anche nei passaggi mitologici si trovano ellissi relativamente numerose del soggetto, come in 8.1, 11 (dove due agenti distinti in due frasi combinate mancano entrambi). Talvolta il contesto spiega l’omissione di bhúvanam 8.12, 24c, dato che il termine di senso analogo ródasī figurava al pāda a.

L’ellissi del complemento (diretto) è piuttosto difficile da individuare, perché le possibilità esatte dell’uso “assoluto” del verbo non ci sono ben note; superano certamente le nostre abitudini e talvolta la verosimiglianza del linguaggio normale. Si possono ammettere ellissi probabili (senza dire di più) in casi come samā́cakre 3.36, 5 “ha radunato (le mucche)” (altra interpretazione evocata da Geldner), dayase 10.147, 5 “distribuisci (i tesori)”, svadayā 10.110, 2 “rendi (il sacrificio o le offerte) appetibile/i” (cfr. yajnám al pāda c), ā́ yáh papraú 10.89, 1 (frase relativa!) “colui che ha riempito (i mondi)”. dàvidhvataḥ 4.45, 6 “scuotendo (le tenebre)” e dhūnoti 10.23, 4 “egli scuote (la barba)” (cfr. śmáśrūṇi al pāda b), ātíṣṭhantam 3.38, 4 “quando salì (sul carro)”. Omissione del complemento indiretto in 7.67, 1. Il concetto di “Worthaplologie”, valorizzato da Geldner, può spiegare 10.115, 4 (Geldner). Infine, si riconosce la preoccupazione ben nota di condensare l’espressione in una sequenza di parole allitteranti come vidhātā́ro vi dadhuḥ 4.55, 2 rocayad arúco rúcānaḥ 6.39, 4 prá māyínām amināt 3.34, 3 dove gli elementi che avrebbero potuto rompere l’armonia fonica sono stati tenuti a distanza.

§ 7. Come nei casi precedenti, gli esempi estremi si verificano nei passaggi con intento esoterico, con strutture dislocate. Così l’ellissi del soggetto nella frase relativa divó ná yásya vidható návīnot 6.3, 7, passaggio per il quale Geldner propone la traduzione “lui (Agni) di cui (la voce) rimbomba come (quella) del sole, quando adora (gli dei)”; mancano verbo e complemento in 1.103, 4 e 2.14, 3: in questo secondo versetto, yáh… tásmā etám antárikṣe ná vā́tam “colui che …, (fate scorrere) questo (soma) per lui come il vento nell’atmosfera”, si può sostituire bharata secondo tásmā etám bharata della str. 2. Vi è un’ellissi (di un’intera proposizione) o un anacoluto in 1.63, 5ab? E in 8.84, 4 (ellissi del complemento e del verbo)? E in 1.30, 2 (id.)?

L’insieme di queste ellissi, per quanto importanti, è poca cosa in confronto alla massa dei casi in cui un aggettivo figura in funzione di soggetto o di complemento, privo dell’accompagnamento del sostantivo atteso. Così come il preverbo isolato risveglia l’idea latente del verbo, l’epiteto richiama quella del nome mancante. Gli esempi sono disegualmente convincenti. Sarebbe necessario sapere prima in quale misura — certamente grande, a giudicare dall’uso linguistico successivo al Veda — era possibile la sostantivazione spontanea (stabile o occasionale) di un dato aggettivo. Questo è tanto meno noto in quanto molti di questi aggettivi isolati sono forme rare, degli hapax. La sostantivazione è probabile al neutro, specialmente al neutro plurale; non è esclusa per una parte dei numerosi aggettivi femminili (plurale, generalmente). Dato lo stile del RV, è normale che un’epiteto divino, posto qui al vocativo, evochi là, con la sua sola presenza, il sostantivo assente. Tuttavia si è portati ad ammettere, anche qui, dei casi di ellissi, per non cadere nell’arbitrario. È questa nozione di ellissi che Sāyaṇa ha per così dire generalizzato lungo tutto il suo commentario.

§ 8. Sembra che talvolta l’omissione del nome permetta di evitare una designazione sconveniente, come l’immagine del “(arto) irrigidito” (sthūrám) 8.1, 34 (cf. anche vīrákarmam 10.61, 5 “che compie l’atto virile”), della “fessura pelosa” (romaśám) 10.86, 16, del “sperma ardente” (kā́myam?) 5.19, 4, dei “benefici corporei amati” (priyā́?) 10.86, 5: c’è qui un tipo di ellissi familiare, forse gergale, che del resto non impedisce la menzione esplicita in altri passaggi, come, come in 9.112, 4 o 10.95, 5. Altrove, l’ellissi è parte integrante del rebus: rientrano in questa categoria le allusioni (6.1.7, 6 e altrove) al “cotto” (pakvám) situato nel “crudo” (āmā́su) per designare “il latte nelle mucche” o, nello stesso senso, la (mucca) “nera” con il suo (cibo) “bianco” (4.3, 9 e altrove: tipo di paradosso comportante ellissi). La preoccupazione per il silenzio spiega che “l’altro mondo” sia designato solo dagli epiteti atū́rte 10.149, l’”invalicabile” (ma asū́rte sū́rte rájasi 10.82, 4) e probabilmente askambhané, ibid. “senza strallo”, bahulé 10.48, 10 “denso”, avaṃśé 4.56, 3 “senza travi”, arajjaú 2.13, 9 “senza corde” (idea della casa immateriale, dell’ákṛta yóni come in 1.104, 7 e altrove). Più importante è l’ellissi propria delle denominazioni tecniche, così ávya (mai avyáya, tranne che in 9.98, 2) “fatto di (lana di) pecora”, parola che designa il filtro di soma, per tutto il 9° maṇḍala.

Per indicare le mucche, le preghiere e i doni vengono utilizzati numerosi aggettivi: sono spesso gli stessi che si ritrovano da un gruppo all’altro, e l’assenza del sostantivo è stata probabilmente usata consapevolmente per aumentare la parte di ambiguità, ridurre le possibilità di intelligibilità diretta o unilineare.

§ 9. L’epiteto non è necessariamente, come nei casi citati, un termine tipico. Può limitarsi a un dimostrativo, “questo (canto)” 10.111, 3, “questa (pianta)” 10.97, 19, “questi (mondi)” 9.86, 38, “tra queste (mucche?)” 10.144, 3, come notato tempo fa da Windisch Alb. Kern, p. 139, riguardo a antamébhiḥ 1.165, 5. Può consistere in un numerale o in un derivato di numerale: i poeti amano lasciare nell’indeterminato — specialmente nei passaggi “mistici”, o durante le dānastuti (come in 6.63, 9) — l’attribuzione sostantiva di un’espressione numerale che può assumere valori multipli. Si hanno così trayā́ni 10.45, 2 śatínī 1.59, 7 trī́ni tritásya 9.102, 3 (Geldner ad loc.). Tra gli epiteti “vaghi”, cf. víśva 8.95, 2 e passim, priyá (passim), pūrvī́ḥ (cf. Geldner ad 10.68, 12), śáśvatīnām 7.101, 6, etc.

Quando si dice che Agni è “come Mitra, un conduttore dello (….) straordinario (gen.)” mitró ná bhūd ádbhutasya rathī́ḥ 1.77, 3, si è tentati (con Geldner) di sostituire kratóḥ estratto dal pāda a e dall’espressione ádbhutakratu, la quale 8.23, 8 si applica precisamente ad Agni. Allo stesso modo (anche secondo Geldner), per l’ádbhutān (masc. plur. all’acc.) del passaggio difficile 4.2, 12 dove la parola figura in contrapposizione a dṛ́śyān, altrettanto ellittico, ovvero “le (intenzioni, krátūn) visibili” e “le (intenzioni) nascoste”. Sarebbe tuttavia temerario affermare che la nozione di ellissi si imponga. Al verso 1.166, 8 l’aggettivo aghā́t sembra richiedere un sostantivo śáṃṣāt, il quale, registrato anche al pāda d, richiede a sua volta, per dare un senso soddisfacente, un’epiteto aghā́t conforme a quello del pāda a: qui si tratta meno di un’ellissi che di un’economia, di un semplice stringimento d’espressione, tenendo conto delle potenzialità che la strofa presenta. Al verso 2.20, 7, l’assenza del nome puráḥ accanto all’epiteto dā́sīḥ permette di credere che, oltre al senso di “fortezze nemiche” (senso deducibile comunque dal composto vicino puraṃdará), l’autore abbia voluto suggerire il senso di “donne nemiche”, che il contesto lasciava altresì prevedere: ci troviamo qui in una di quelle allusioni mitiche favorevoli, come si è visto, allo sviluppo dell’ellissi. Un caso analogo di “doppio senso” è quello di purupéśa 2.10, 3 “i (boschi) dai molti colori” (dove si nasconde Agni quando nasce) e “(le donne con vestiti) di molti colori” (adornate per la nascita del bambino). C’è indubbiamente una ricerca di stile in tṛṣú yád ánnā tṛṣúṇā vavákṣa tṛṣúm dūtáṃ kṛṇute 4.7, 11 “quando (Agni) cresce, (divorando) avidamente le vivande con la sua (fiamma) avida, fa del (vento) avido il suo messaggero” (Geldner): come sopra (§ 6 alla fine) il poeta mirava soprattutto a ripetizioni sonore con il minor numero possibile di intervalli morti. Il gioco delle formule correlate rende conto di molti usi: l’aggettivo insolito tā́nva 9.78, 1 richiede un nome come śáryāṇi che figura proprio in 9.14, 4 (cf. già Oldenberg a questo ultimo passaggio). La “Worthaplologie”, se non ridotta a un mero espediente, sarà utile per spiegare alcune formule, come 6.24, 9 dove urúṇāmatrin potrebbe facilmente essere ripristinato in urúṇāmatreṇāmatrín “in einem… weiten (Humpen), du Humpenhalter” [“in un… ampio (boccale), tu che detieni il boccale”] (Geldner).

È necessario tenere conto, d’altro canto, degli usi avverbiali, come drā́ghiṣṭhābhiḥ 3.62, 17 “di tutta (la vostra) lunghezza”, che dispensano dal supporre un’ellissi scomoda. Non c’è mai stata un’ellissi in un caso come tūṣṇī́m “in silenzio”, così come negli strumentali plurali del tipo uccaíḥ, o negli accusativi femminili post-ṛgvédici in -tarā́m (già saṃtarā́m una volta nel RV.)4.

§ 10. Un’altra categoria di formule in cui l’ellissi si presenta frequentemente è la frase comparativa. Bergaigne, in passato (vedi Mélanges Renier, p. 75, e MSL 4, p. 96), aveva segnalato questo fatto. I casi che abbiamo esaminato sono essi stessi più numerosi, più tipici, quando sono in contatto con una frase comparativa. Successivamente, questa frase stessa è soggetta a essere espressa in una forma ridotta, come se bastasse al poeta avere abbozzato uno schema di immagine (ricordando ovviamente qualcosa di più o meno noto), che l’ascoltatore poteva facilmente completare. Questa condensazione dell’espressione attorno alla frase comparativa si ritroverà inoltre nei kāvya classici e le condizioni saranno discusse dai poètici; lo śleṣa nasce dall’esigenza di una massima condensazione, esigenza che si manifestava in modo privilegiato nelle frasi comparative, poiché era necessario che le stesse parole potessero adattarsi a due registri differenti simultaneamente.

Gli esempi di ellissi in frase comparativa abbondano. A volte è il soggetto a mancare, “come (il sole) nel cielo” divī́va 10.60, 4; “come (il vitello) verso il capezzolo” áchā ná vakṣáṇā 5.52, 15; o il complemento, “come il cielo (supera — il verbo risulta dal contesto) (la terra)” dyā́vo ná 10.115, 7; o più frequentemente ancora, il termine medio, “(rapido) come i fiumi” ávanayo ná 1.186, 8, “(pieno) come un vaso” carúr ná 9.52, 3 (qui c’è addirittura una espressione comparativa ridotta alla particella e a un vocativo, índo ná), “(numerosi) come le vacche” gā́ iva 3.45, 3. La particella comparativa stessa manca abbastanza spesso (è la luptopamā dei teorici classici), ma la dimostrazione di questa pseudo-ellissi è naturalmente evasiva, poiché una giustapposizione, anche molto audace, non è mai inconcepibile nello stile ṛgvédico: così quando Agni è chiamato “forza… guadagno… possesso” 2.1, 12 (inno che racchiude un particolare potere identificativo), sarebbe illusorio ripristinare una particella. Si noterà comunque la non-posizione di (iva, yathā) in 1.27, 6; 54, 4; 6.45, 26; 7.63, 3; 8.74, 10; 9.22, 1; 10.89, 4, forse anche índraṃ dhenúm… iṣam 8.1, 10 dove tuttavia l’accostamento asindetico del nome del dio maschile e dei nomi femminili è plausibile. Inversamente, un iva più o meno pleonastico nel senso di “per così dire” è frequente, lì dove a noi sembra superfluo. I paragoni mutilati abbondano nel gruppo di inni 1.65-73, che costituisce una sorta di serbatoio di immagini, di materiale grezzo. Nella stessa tendenza, si citano l’accumulo di proposizioni brusche, ellittiche, in 10.115, 3 (dove il dettaglio rimane incerto, cfr. Geldner e Old.): tám vo vím ná druṣádam devámándhasa índum próthantam pravápantamarṇavám ǀ āsā́ váhnim ná śocíṣā virapśínam máhivratam ná sarájantamádhvanaḥ ǁ “(io lodo) questo vostro dio (Agni), seduto nel bosco come un uccello (sull’albero), (come) il succo della pianta del soma, che si scuote, rade (le pianure come un barbiere rade la guancia), che ondeggia (come il mare), guidando (il sacrificio) con la bocca come (un auriga con le redini), traboccante di splendore, percorrendo le vie come (un uomo incaricato di) una grande missione” (Geldner).

Il gioco consiste spesso nell’impiegare un termine che, con due significati differenti, valga per entrambi gli elementi, il comparato e il comparante (come nel classico śleṣa, come già menzionato sopra): duṣṭárā yásya pravaṇé nórmáyaḥ 8.103, 11 “le sue (fiamme) sono difficili da attraversare, come le onde nella corrente” (analogia di Oldenberg), con ūrmí che è ambivalente. Alla strofa 10.1, 7, è il verbo ad essere ambivalente “tendere” e “propagare la razza, estendere” (ā́-tan-), e ci ritroviamo su una struttura vicina allo zeugma5. Un’ellissi molto marcata è quella di 10.103, 1 āśúḥ śíśāno vṛṣabhó ná bhīmaḥ “il (dio) rapido, affilando (le sue armi) come un toro formidabile (affila le sue corna)”, ma śā- alla voce media potrebbe aver ricevuto un valore pregnante, assoluto, come possiede in 10.87, 6d. Si vede la difficoltà nell’interpretare casi di questo genere. Le formule in “io canto a te come il pastore (fa rientrare il suo gregge)” (letteralmente: “porto il mio canto verso di te come verso la sua dimora nativa”) mostreranno bene quale sia l’economia delle frasi comparative comportanti ellissi. Innanzitutto abbiamo il fatto elementare che uno stesso verbo, adattato al meglio al contesto, darà la doppia nozione di “indirizzare” e di “far rientrare”; poi il poeta si dispenserà talvolta dalla parola “pastore”, talvolta dal termine “gregge”. La formula quasi completa appare in 10.23, 6 (stómam paśúm ná gopā́ḥ karāmahe), le formule diversamente ridotte in 10.127, 8 úpa te gā́ ivā́karam … stómam; 6.49, 12 prâ… ajā yūthéva paśurákṣir ástam; 1.114, 9 úpa te stómānpaśupā́ ivā́karam.

Infine, si può pensare che la collocazione insolita della particella prima della parola su cui essa agisce (problema esaminato un tempo da Oldenberg ZDMG 61, p. 815) tradisca il sentimento che un nome appartenente alla frase comparativa sia stato omesso. Gli esempi probabili sono 4.22, 8; 5.52, 15; 6.66, 6; 8.76, 1; 10.21, 1; 46, 5 (Geldner ad loc.; cf. anche Oldenberg Noten I, p. 427, colonna 2; II, p. 377, col. 2). È notevole che il fenomeno non sia osservabile con iva né con yathā, che sono particelle atone.

§ 11. Abbiamo già avuto occasione di segnalare in precedenza esempi in cui un’espressione ellittica si giustifica dall’esistenza di una locuzione completa situata in un altro punto del testo. Aggiungiamo ai casi già citati, ā́yát tṛpán maruto vāvaśānā́ḥ 7.56, 10 “affinché, o Marut pieni di desiderio, voi (… a sazietà)” (frase limitata al preverbo e alla congiunzione subordinante, quindi a soli strumenti grammaticali): la formula si completa con 3.32, 2 e analoghi (Geldner). yó naḥ sánutya utá vā jighatnúḥ 2.30, 9 “lo sconosciuto che (ci tende insidie) o vuole ucciderci”: l’interpretazione, che non è evidente di per sé (utá vā potrebbe essere semi-espletivo come lo è yádīdám 1.79, 2; 4.5, 11; yádi vā 10.129, 7d), si raccomanda da 6.5, 4 yó naḥ sanutyo abhidā́sat (ecc.). yát pitróḥ 6.7, 4 si chiarisce con yát… pitrór upásthe 5, come yā́h e yā́bhiḥ 7.3, 8 da púraḥ 7 (influenza in contiguità) o da tanvàḥ 3.20, 2 (influenza a distanza). La parola mánaḥ necessaria a 7.25, la si estrae dal pāda d, in modo grammaticalmente inaspettato.

Da jīva 10.161, 4 risulta un infinito jīváse che richiede śatám al pāda d. prá yanta 5.46, 2 si completa abbastanza facilmente con śárma preso da 5 e soprattutto śárma yachata 7: il tema della “protezione” è sufficientemente evidente nel corso di questo inno perché l’evocazione non si attenga alla letteralità o alla convenienza grammaticale6. Sembra quindi che il fatto stesso dell’ellissi sia certo. Eliminarla condurrebbe a spiegazioni contorte e speciose. Sembra addirittura che, tutto considerato, l’ellissi abbia una certa priorità rispetto all’anacoluto, allo zeugma, all’haplologia di parole7, alla posizione del participio in funzione di verbo personale, e a tutti gli altri espedienti ai quali si è potuto ricorrere in disperazione di causa. Si tratta di un effetto stilistico: impiegato molto sobriamente, come era prevedibile, nelle parti semplici della Samhitā, esagerato in inni come 2.31, 6.22 (cfr. Oldenberg ad str. 5), 10.115 e ovunque in generale dove vediamo accreditarsi procedimenti che superano gli usi normali, ragionevoli, della lingua. Ma che la base primaria sia autenticamente linguistica, è quanto dimostra abbastanza la distribuzione irregolare delle ellissi attraverso le categorie grammaticali, ed è ciò che si può presumere anche dall’uso poetico indoeuropeo attraverso i documenti antichi delle lingue letterarie che hanno ereditato tale uso8.


Note

  1. Avremmo, eccezionalmente, un “singolare ellittico”, cioè un elemento al singolare, sostituito alla designazione di una coppia divina? Si è supposto per dyā́m “cielo” (e terra) 1.174, 3 e per dyávī 4.56, 5, questa ultima forma comportando l’anomalia curiosa di un locativo apparentemente rifatto in caso diretto del duale, secondo dyā́vāpṛthivī́ (? Cf. Oldenberg e Geldner); in modo analogo un antico mādhvā ha preso la finale caratteristica del “duale ellittico” in -ī per formare mādhvī, epiteto vocativo degli Aśvin. Linguisticamente incerti sono dei vocativi come mítra 5.66, 6 váruṇa 5.64, 6 7.61, 1 (e cf. mítrarāānā 5.62, 3, che segue d’altronde il membro complementare varuṇā al duale), che possono portare una desinenza arcaica di duale in -a breve (Wackernagel-Debrunner III,,p. 53, §20 a). 

  2. Un caso indubbiamente raro (e peraltro incerto, vedi diverse possibilità presso Oldenberg) è quello di ā́… óhate ví 2.23, 16 dove si è tentati di comprendere con Geldner “affermano (la debolezza degli dei), negano (quella che è) nel loro (proprio) cuore”, cioè restaurando ā́… óhate, vy óhate, lo stesso verbo che sostiene due idee opposte con il supporto di due preverbi distinti. 

  3. Sarebbe interessante determinare se esiste un’ellissi del preverbo. In più di un passaggio, il valore del verbo semplice è giustificabile solo se si ripristina mentalmente un preverbo. Così la “perfettibilità” di forme fondamentalmente intransitive, come pū- “chiarirsi” (alla voce media), cioè “ottenere per chiarificazione”, si spiega partendo dai gruppi ā́-pavate, abhí-pavate. Quando troviamo pávasva bṛhatī́r íṣaḥ 9.13, 4, si è in diritto di pensare che la formula derivi da ā́ pavasva mahī́m iṣam 41, 4. Anche qui, il preverbo assente si deduce dal contesto, così l’ā́ nella formula ā́ pavasva 9,97, 44 b si porta virtualmente anche su pavasva, pāda a; il attaccato a yauṣṭam 8.86,1 vale anche per mumócatam ivi (altri fatti citati da Geldner ad loc. e a 2.35,12 6.8,3); ad 2.35, 12 Geldner ipotizza addirittura che sám si applichi contemporaneamente a mārjmi, didhiṣāmi e dadhāmi, il che sarebbe un caso estremo. Si può supporre che ubh- 4.19, 4 stia per ny-ùbh- (Geldner ad loc.), ubj- per ny-ùbj- (ibid. 5). Certi usi del verbo si spiegano solo in relazione a un antico legame di un preverbo con il detto verbo (cfr. diversi casi citati nella mia Gramm. véd., p. 322). Tuttavia, sarebbe azzardato parlare di un’ellissi del preverbo nel Veda, dove i valori verbali sono fluttuanti e dove tante radici sono rappresentate solo da forme più o meno rare, non consentendo alcuna panoramica semantica complessiva. 

  4. L’espressione “figlio della forza” comporta qui e là un’ellissi del determinato, come in sáhasaḥi (solo) 9.71, 4. Si tratta di un genitivo libero di appartenenza, come abbiamo un genitivo nel senso di “presso (qualcuno)”, che sembra iniziare in 1.1.50, 1b 2.1, 4c 9.65, 14c AV. 5.29, 4c? È poco probabile. In ogni caso, la locuzione sáliasaḥ sūnáraḥ “il valoroso (figlio) della forza” 10.115, 7 dovrebbe rientrare nella Worthaplologie (s° sūnúḥ sūṇáraḥ), come náptre sáhasvate 8.102, 7 (la locuzione completa appare in 5.7, 1) è abbreviato da n° sáhasaḥ sáhasvate (Geldner), senza che ellissi e haplologia costituiscano nozioni contraddittorie: piuttosto si sostengono a vicenda. In sahaso yaho (vocativo) 1.79, 4 si può considerare un uso sostantivo di yahù (che peraltro è utilizzato costantemente senza nome accompagnante, tranne in 8.4, 5); il derivato yahvá yahvī́ è esso stesso utilizzato di solito come aggettivo “ellittico”. Altrove, è il genitivo che manca: sūnúḥ (scil. śávasaḥ, cf. l’istr. śávasā che segue immediatamente) 1.27, 2 (Oldenberg). Cf. ancora il gen. āsaṅgásya 8.1, 32 con un’omissione della parola “figlio”, che era probabilmente comune nelle designazioni patronimiche. 

  5. L’haplologia di parole, di cui abbiamo già visto probabili applicazioni, potrebbe aver giocato un ruolo in 7.48, 1, dove Geldner propone, non senza ingegnosità, di restaurare ā́ vo ’rvā́caḥ (krátavaḥ) kratavo ná yātā́m… vartayantu “che vi portino verso di noi (i nostri pensieri ispiratori) come sono i pensieri dei viaggiatori!” 

  6. Da notare che i ritornelli, elementi fatti per la ripetizione meccanica, presentano ellissi caratteristiche, come il difficile ví vo made… vivakṣase 10.21, 1 (e passim), o il semi-composto evayā́marut di 5.87.). 

  7. Riguardo ai casi di Worthaplologie in relazione con le ellissi, oltre a quelli già citati, vedi 1.81, 7 e 6.61, 14a e le forme raggruppate (a seguito di Geldner) nel nostro studio in corso di pubblicazione (Vāk n° 5) su alcuni derivati nominali del RV. 

  8. Non entreremo qui nella questione dei composti amputati di uno dei loro elementi, questione che, anche se le attestazioni fossero più sicure, avrebbe solo un interesse linguistico mediocre. Si tratta di imitazioni secondarie dei casi di ellissi nominale che abbiamo trattato. I fatti raccolti da Geldner (eventualmente dalle Noten di Oldenberg) sono i seguenti: palayát 1.4, 7 davanti a mandayátsakham (tipo all. Ein- und Austritt), dáśa (śatā) 8.46, 22c, vā́ja (peya) 10.96, 9, ṛbhú (taṣṭa) 4.37, 5, viśva (deva) 4.1, 1, drávatpāṇy (aśva) 1.3, 1, (kavi) dakṣa 3.14, 7, (smad) ibha 6.20, 8 (esempi di ellissi anteriore, casi sicuramente eccezionali), havir (dhāna) Geldner 75, 8, árṇa (pa) 5.32, 8, áśva (prā) e gó (prā) 8.74, 10. Per quanto riguarda i nomi di persona (ipocoristici), śyā́va (aśva) 1.117, 8 e 24, médhya (atithi) 8.52, 2. Presi in un senso più ampio, è chiaro che góṣu (passim) equivale a góṣātā o analoghi, vṛtréṣu a vṛtratū́rye (ṣu), cf. G ad 6.19, 12: nessuno penserebbe tuttavia a chiamare “ellissi” queste espressioni brevi, risultanti da usi pregnanti del locativo.