rudra namakam 1 - ṛk 8



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dhyāna śloka:
śaracchandraprakāśena vapuṣā śītaladyutim ।
dhyāyetsiṃhāsanāsīnamumayā sahitaṃ śivam ॥
Si dovrebbe meditare (dhyāyet) su Śiva (śivam), che è seduto (āsīnam) su un trono (siṃhāsana) con la dea Umā (umayā) e che irradia (dyutim) freschezza (śītala) da una forma (vapuṣā) che è brillante (prakāśena) come la luna autunnale (śaracchandra).
4. Rajagopala Aiyar
(1) Nei ṛk 7 e 8, Rudra viene venerato come sole, secondo Sāyaṇa e Bhaskara. Abhinava Śaṅkara interpreta ciò riferendosi a nīlakaṇṭha, che risiede in Bhukailas. (2) sahasrākṣa: Indra possiede letteralmente mille occhi. Śaṅkara, però, considera questo come un upalakṣaṇa (v. nota 3 del ṛk 6), come nel puruṣa sūkta, attribuendogli il significato:
(a) che gli occhi di tutti gli esseri sono gli occhi di Lui,
(b) di una visione illimitata e senza ostacoli.
(3) mīḍhuṣe: secondo Sāyaṇa e Bhaskara, si riferisce a Varuṇa; per Śaṅkara, è Colui che soddisfa tutti i desideri degli uomini.
(4) sattvānaḥ:
(a) Secondo Sāyaṇa, si tratta degli esseri che sono servitori di Rudra.
(b) Gli attendenti personali di Rudra, i pramatha gaṇa.
(c) Per Śaṅkara, sono i parṣada di Rudra, descritti nella śruti come "antichi seguaci di Rudra, divini, di forme variegate". Vengono menzionati nel mahābhārata e in altri purāṇa. Sono grandi siddha e devoti di Rudra, che si compiace se sono riveriti e si adira se sono offesi."

Note del curatore:
  1. Umā è una delle molteplici denominazioni attribuite alla dea </i>Parvatī</i>, consorte di Śiva, e rappresenta un aspetto fondamentale della śakti, l'energia femminile divina. Il nome Umā viene spesso interpretato come "luce", "splendore" o "tranquillità", riflettendo le qualità serene e benevole della dea.
    Nella kena upaniṣad, Umā ha un ruolo cruciale come mediatrice di saggezza e conoscenza tra il supremo principio creativo, Brahmā (qui inteso come Prajāpati o il creatore supremo), e gli altri deva.
    Il contesto di questa narrazione è un episodio dove gli dei vincono una grande battaglia contro i demoni, ma iniziano a dimenticare che il loro successo è dovuto alla forza e al potere del Brahman, l'essenza ultima dietro ogni realtà. Presi dall'arroganza, pensano che il merito della vittoria sia tutto loro. Per correggere questa loro errata percezione e riportarli all'umiltà, Brahman appare davanti a loro in una forma che non riescono a riconoscere.
    Quando gli dei inviano Agni e Vayu per scoprire chi o cosa sia questa misteriosa apparizione, entrambi falliscono nel compito. Infine, Indra stesso si avvicina, ma prima che possa incontrare questa manifestazione di Brahman, questa scompare, e al suo posto appare Umā, identificata come Haimavatī, figlia di Himavat (le montagne dell'Himalaya). È Umā che rivela a Indra che quella forma misteriosa era Brahman e che è grazie a Lui che gli dei hanno ottenuto la vittoria. Umā, in questo contesto, è colui che porta la conoscenza e la comprensione agli dei, ricordando loro la vera fonte del loro potere e successo.
    Il ruolo di Umā nella kena upaniṣad simboleggia la saggezza che illumina l'ignoranza, portando luce sulla verità ultima del Brahman. La sua apparizione segna la prima volta che il nome Umā viene menzionato nelle scritture indù come mediatrice di conoscenza divina.
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  2. bhukailas si riferisce a un luogo mitico o sacro nell'induismo, spesso identificato come una versione terrena del Monte Kailāśa. Il Monte Kailāśa è considerato la dimora di Rudra/Śiva e si trova nell'Himālaya, secondo le scritture e le tradizioni indù. È un luogo di grande importanza spirituale e viene spesso descritto come un punto di incontro tra il divino e il terreno.
    bhu significa "terra", quindi bhukailas può essere interpretato come la "versione terrena del Kailāśa o un luogo sulla terra che riflette le qualità sacre del Kailāśa celeste. Questa interpretazione simbolica serve a portare la sacralità e la presenza di Śiva più vicino al mondo dei fedeli.
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  3. I pramatha gaṇa sono essenzialmente considerati gli attendenti o servitori di Rudra/Śiva e sono caratterizzati da diversi aspetti unici:
    - sono spesso descritti come esseri soprannaturali con aspetti feroci e terrificanti. Possono avere forme semidivine o demoniache, a seconda delle diverse interpretazioni e rappresentazioni. Sono tipicamente raffigurati come forti e potenti, in grado di assumere forme diverse. - Nella tradizione śaiva (dedicata al culto di śiva), i pramatha gaṇa giocano un ruolo di servitori fedeli e devoti a śiva. Sono incaricati di vari compiti e responsabilità nel servizio del loro signore, e spesso accompagnano śiva nelle sue varie incarnazioni e attività. Sono considerati custodi della saggezza e protettori degli insegnamenti di śiva. - I pramatha gaṇa rappresentano diversi aspetti del cammino spirituale e della devozione. Possono essere visti come simboli della forza interiore necessaria per superare gli ostacoli sulla via della realizzazione spirituale. La loro lealtà e devozione a śiva sono esempi per i fedeli che seguono il percorso della devozione (bhakti).
    - I pramatha gaṇa, quindi, sono più di semplici figure mitologiche; sono esseri che incarnano i principi della forza, della lealtà e della devozione.
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  4. La differenza tra i parṣada di Śiva e i pramatha gaṇa può essere sottile, ma è significativa. Entrambi sono gruppi di esseri associati a Śiva, ma hanno ruoli e caratteristiche distinti:
    I pramatha gaṇa sono spesso descritti come attendenti o servitori di Śiva. Il loro ruolo è più attivo e dinamico, partecipando a varie attività di Śiva, sia nella distruzione che nella creazione.
    I pramatha gaṇa hanno aspetti feroci e terrificanti, raffigurando le qualità distruttive e trasformative di Śiva. Possono assumere forme diverse, spesso semi-divine o demoniache. Simbolismo: Simboleggiano la forza e il potere dinamico di Śiva, così come la capacità di agire in modi che sfidano le convenzioni e le aspettative. Associazione: Sono strettamente legati all'aspetto più attivo e energetico di Śiva. I parṣada sono più spesso visti come compagni o cortigiani di Śiva. Hanno un ruolo più passivo, più orientato al servizio e alla devozione.
    Anche se possono avere aspetti feroci, i parṣada sono generalmente meno enfatici nelle loro rappresentazioni rispetto ai pramatha gaṇa. Possono essere visti come più equilibrati tra gli aspetti creativi e distruttivi di Śiva.
    Rappresentano la devozione e il servizio a Śiva. Simboleggiano l'aspetto della devozione e della fedeltà nella spiritualità.
    Sono più strettamente legati all'aspetto devozionale e cortese di Śiva.
    In breve, mentre i pramatha gaṇa sono associati all'energia dinamica e talvolta distruttiva di Śiva, i parṣada sono più legati alla devozione, al servizio e all'aspetto cortigiano di Śiva.
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  5. Il termine siddha si riferisce a un essere che ha raggiunto un alto livello di realizzazione spirituale e poteri sovrumani o siddhi.
    I siddha sono individui che hanno raggiunto un livello avanzato di conoscenza spirituale o illuminazione. Questo spesso implica una comprensione profonda della natura della realtà, dell'io e dell'universo. I siddha sono noti per aver acquisito siddhi, che sono poteri sovrannaturali o abilità straordinarie. Questi possono includere la capacità di volare, di diventare invisibili, di guarire gli altri, di leggere le menti, tra gli altri. Tuttavia, si enfatizza spesso che il vero obiettivo dei siddha non è l'acquisizione di questi poteri, ma piuttosto la realizzazione spirituale.
    Molti siddha raggiungono il loro stato attraverso pratiche yogiche intense e a volte attraverso l'alchimia o pratiche ascetiche. Queste pratiche includono la meditazione, il controllo del respiro (pranayama), la purificazione del corpo e della mente, e altre discipline severe.
    Oltre a essere noti per i loro poteri sovrannaturali, i siddha sono anche rispettati per la loro saggezza e i loro insegnamenti.
    In sintesi, i siddha sono considerati esseri eccezionali che hanno superato le limitazioni umane attraverso la pratica spirituale e la disciplina, diventando fonti di ispirazione, saggezza e rispetto nelle varie tradizioni spirituali dell'India.</a>


asau yo’vasarpati nīlagrīvo vilohitaḥ |
| asau | yaḥ | avasarpati | nīlagrīvaḥ | vilohitaḥ |
| colui | il quale | scorre |dal collo blu | [dal corpo] rosso intenso |

Colui (asau) , che (yaḥ) scorre (avasarpati), dal collo blu (nīlagrīvaḥ) [e] [dal corpo] rosso intenso (vilohitaḥ)
[Il sole che scorre nel cielo]
Colui che si muove, dal collo blu e dal corpo rosso intenso, |


utainaṁ gopā , adṛśannadṛśannudahāryaḥ |

| uta | enam | gopāḥ | adṛśhat | adṛśhat | udahāryaḥ |
| anche | lui | custode | osservato | osservato | portatrici d’acqua |

anche (uta) lui (enam) è osservato (adṛśhat) dai pastori (gopāḥ) [ed] è osservato (adṛśhat) dalle portatrici d’acqua (udahāryaḥ)
viene osservato dai pastori e dalle portatrici d’acqua|
utainaṁ viśvā bhūtāni sa dṛṣṭo mṛḍayāti naḥ ||8||
| uta | enam | viśhvā | bhūtāni | saḥ | dṛṣhṭaḥ | mṛḍayāti |naḥ |
| anche | lui | tutti | esseri | quello | osservato |rende felice| noi |

Anche (uta) lui (enam) è guardato (dṛṣhṭaḥ) da tutti (viśhvā) gli esseri (bhūtāni) . Egli (saḥ) ci (naḥ) rende felici (mṛḍayāti).
 È inoltre contemplato da tutte le creature. Egli ci rende felici.|

traduzione di Rajagopala Aiyar Versione 1:
Quel Rudra che ottenne il nome di nīlagrīva — quello dalla gola blu che, nella forma del sole, assume un colore rosso e sorge e tramonta. Lo vedono bene i pastori, così come le donne che portano l'acqua, lo vedono tutte le creature. Così osservato, che Egli ci renda felici.
Versione 2:
Il Rudra dalla gola nera, che ha assunto la forma del sole, brilla di rosso al sorgere. Lo vedono i pastori, così come le donne che portano l'acqua; anzi, tutte le creature. Colui che è così osservato dalla gente comune, che ci porti felicità.

esplorando i commentari 1. Baṭṭabāksara
Il dhyāna śloka del mantra è dato da Baṭṭabāksara:
maṇḍalāntaragataṃ hiraṇmayaṃ bhrājamānavapuṣaṃ śucismitam ।
caṇḍadīdhitimakhaṇḍitadyutiṃ cintayenmunisahasrasevitam ॥

Si dovrebbe pensare (cintayet √cint- cl. 10, ott. 3ª sg.) [a Colui che] è situato (antaragatam) nel disco (maṇḍala) [del sole], dalla forma (vapuṣam) splendente (bhrājamāna) d'oro (hiraṇmayam), con un sorriso puro (śucismitam). [Colui che] la cui luminosità (dyutim) non è rotta (akhaṇḍita) anche dall’impetuoso (caṇḍa) fulgore (dīdhitim) [del sole], [e che] è servito (sevitam) da migliaia (sahasra) di saggi (muni).nota grammaticale
yo rudraḥ sūryamaṇḍalasthaḥ asau nīlagrīvaḥ viśeṣeṇa lohitaḥ astasamaye adho gacchati iva pratibhāti ।
etaṃ gopāḥ udakahāriṇyaśca paśyanti ।
etaṃ sarvāṇi bhūtāni paśyanti ।
evaṃ sarvaīḥ dṛṣṭaḥ rudraḥ asmān sukhinaḥ karotu, (iti prārthanāṃ kurmaḥ) ।

Quel Rudra (yo rudraḥ), che risiede (sthaḥ) nel disco solare (sūryamaṇḍalasthaḥ), quest'Entità (asau) con la gola blu (nīlagrīvaḥ) e particolarmente (viśeṣeṇa) rosso (lohitaḥ), sembra scendere (adho gacchati iva) al tramonto (astasamaye) e appare così (pratibhāti).
Questo (etaṃ) è visto (paśyanti) dai pastori (gopāḥ) e da coloro che portano l'acqua (udakahāriṇyaḥ ca).
Questo (etaṃ) è visto (paśyanti) da tutti gli esseri (sarvāṇi bhūtāni). Così (evaṃ), veduto (dṛṣṭaḥ) da tutti (sarvaiḥ), Rudra (rudraḥ) ci (asmān) renda (karotu, √kṛ-, imp. c.8) felici ( sukhinaḥ), [Così (iti) preghiamo (prārthanāṃ kurmaḥ, √kṛ- pres. cl.8)].


2. sāyaṇācāryabhāṣyam
yo rudro nīlagrīvaḥ kālakūṭadhāraṇena nīlavarṇā grīvā yasya asau nīlagrīvaḥ ।
sa eva vilohito viśeṣeṇa lohitavarṇaḥ sannasau maṇḍalavartī bhūtvā 'vasarpatyudayāstamayau saṃpādayituṃ pravartate tasya ca rudrasya maṇḍalavarti svarūpadhāraṇe pryojanamucyate utāpi ca gopā vedaśāstrasaṃskārarahitā gopālā apyenaṃ maṇḍalavartinam ādityarūpiṇaṃ rudramadṛśanpaśyanti ।
udahārya udakānāṃ hāriṇyo yoṣito 'pyenamadṛśanpaśyanti।
utāpi cainaṃ maṇḍalavartinamādityarūpiṇaṃ rudraṃ viśvā bhūtāni gomahiṣyādayaḥ sarve 'pi prāṇinaḥ paśyanti ।
sarveṣāṃ darśanārthameva hi rudrasyādityamūrtidhāraṇam।
kailāsā divartirudrasya rūpaṃ tu vedaśāstrābhijñaireva dṛśyate nānyaiḥ ।
tādṛśo rudro dṛṣṭaḥ sanno 'smānmṛḍayāti।
sukhinaḥ karotvityarthaḥ ।

Quel Rudra (yo rudraḥ), Nīlagrīva (nīlagrīvaḥ), dalla gola (grīvā) di colore blu (nīlavarṇā)a causa di aver trattenuto (dhāraṇena) il veleno kālakūṭa (kālakūṭa), Nīlagrīva (nīlagrīvaḥ). Proprio (eva) Egli (sa), il Vilohita (vilohitaḥ) distintamente (viśeṣeṇa) di colore rosso-sangue (lohitavarṇaḥ) Egli (asau), essendo divenuto (bhūtvā, √bhū-) chi dimora (san vartī, √vṛt-) nel cerchio [del sole] (maṇḍala), si muove serpeggiando (avasarpati) per ottenere (saṃpādayitum, sampad-) il sorgere (udayā) e il calare (astamayau).
E (ca) di quel (tasya) Rudra (rudrasya) lo scopo (pryojanam) nel sostenere (dhāraṇe) la forma (svarupa) che esiste nel cerchio [del sole] (maṇḍalavarti) è così affermato (ucyate).
E (ca) anche (utāpi - uta+api), i pastori (gopāḥ), privi (rahitāḥ) della conoscenza (śastra) e dei riti purificatori (saṃskārāḥ) dei veda (veda), vedono (paśyanti) Lui (enam), il Rudra (rudram) nella forma (rūpiṇam) di Āditya (āditya),che sta (vartinam) nel cerchio [solare] (maṇḍala).
Anche (api) le donne (yoṣitaḥ), portatrici d’acqua (udahārya), che portano (hāriṇyaḥ) acqua (udakānām) vedono (paśyanti) Lui (enam).
Tutti (viśvā) gli esseri (bhūtāni), inclusi gli animali (prāṇinaḥ) come mucche, (go), bufale (mahiṣyā), eccetera (ādayaḥ), vedono (paśyanti) Rudra (rudram) che è della forma (rūpiṇam) di Āditya (āditya), situato (vartinam) nel cerchio [solare] (maṇḍala). L'assunzione della forma (mūrtidhāraṇam) di Āditya (āditya) da parte di Rudra (rudrasya) è infatti (hi) soltanto (eva) per il fine (artham) di essere visto (darśana) da tutti (sarveṣām).
La forma (rūpaṃ) di Rudra (rudrasya) che risiede (divarti) sul Kailāsa (kailāsā) è vista (dṛśyate) solo (eva) da coloro che conoscono (abhijñaiḥ) i Veda e le scritture (vedaśāstrā), non (na) dagli altri (anyaiḥ). Rudra (rudraḥ), visto (dṛṣṭaḥ) in tale modo (tādṛśaḥ), ci rende (asmān) felici (mṛḍayāti). Ci renda felici (sukhinaḥ karoti) è il significato (arthaḥ).

1. Anche se il Brahman è presente ovunque, può essere descritto come se risiedesse in alcuni luoghi specifici. Uno di questi luoghi è il cuore. Un altro è il sole. Per questo, durante il sandhyāvandana, si dice asāvādityo brahma, "quel sole (asau ādityaḥ) è Brahman (brahman)". Il saurasūkta del Ṛg Veda rivela che il sole è l'anima o il cuore dell'universo.
ṛgveda 1.115.1

ā prā dyāvāprithivī antarikṣaṃ sūrya ātmā jagatastasthuṣaśca ।
Il Sole (sūrya) è l'essenza (ātmā) del cielo (dyauḥ) e della terra (pṛthivī), dello spazio intermedio (antarikṣam) e di tutto ciò che si muove (jagataḥ) e di ciò che è immobile (tasthuṣaḥ).
2. Rudra/Śiva è chiamato l'Uno dalla Gola Blu (nīlakaṇṭha o nīlagrīva) perché si dice che abbia ingoiato il veleno kālakūṭa durante il mantecamento dell'oceano da parte degli dei e dei demoni. Invece di ingoiare completamente il veleno, Śiva lo trattenne nella Sua gola, colorando così la gola con un anello blu.


3. Baṭṭabāksara
Bhaṭṭabhāskara interpreta il mantra in modo leggermente diverso. Concorda sul fatto che i mandriani e le donne che portano l'acqua non sono qualificati per conoscere Rudra. Ma chiede,
kimidaṃ vibhajyābhidhīyate |
Perché (kim) questo (idam) viene definito (abhidhīyate) facendo distinzioni (vibhajya)? In altre parole "Perché fare queste distinzioni?"
sarve eva devasya mahimāvedane gopālādikalpāḥ |
Tutti (sarve) certamente (eva) sono come pastori (gopālā) e altri (ādi) e simili (kalpāḥ) nel percepire (vedane) la grandezza (mahimā) del divino (devasya). In altre parole, "Ognuno è competente quanto i pastori, ecc. nel conoscere la grandezza del divino."
Per dimostrarlo il mantra dice viśvā bhūtāni (vishvā dovrebbe essere vishvāni, ma nei Veda vishvāni diventa vishvā secondo il sūtra śeśchandasi bahulam ।)nota

śrutyadibhirapi durjñānaṃ cakṣuṣaiva paśyanti |
Anche attraverso le scritture (śrutyā) eccetera (ādibhiḥ) [esso] è difficile da conoscere (durjñānam), [ma] con gli occhi (cakṣuṣā) [soltanto] si vede (paśyanti). In altre parole "Anche attraverso la śruti, ecc. è difficile conoscerelo [Rudra], [ma] tutti lo vedono con gli occhi come [se fosse presente nel sole]."

4. Rajagopala Aiyar
(1) Nel ṛk 7, è stata dichiarata l'estrema saulabhya (o sulabha) (accessibilità, v. nota ṛk 7) di Rudra che assume la forma del sole. Questo viene ribadito in questo ṛk, trovando la sua logica conclusione in questa preghiera per la felicità.
(2) nīlagrīva: Rudra ha guadagnato questo soprannome in occasione del samudramanthana — il mantecamento del mare di latte. Gli dèi da un lato e gli asura dall'altro, mantecarono il mare per ottenere l'amṛta. Molte cose emersero, ma per prime il terribile kālakūṭa viṣa — veleno che minacciava di annientare entrambe le parti in lotta e tutta la vita sulla terra. Nessun altro riuscì a salvarli eccetto Rudra, che inghiottì il veleno. Pārvatī arrestò il suo fluire nella gola del consorte, dove rimase formando un anello di un blu splendente, segno perpetuo al mondo della Sua immensa misericordia.
(4) avasarpati: Sāyaṇa spiega che Rudra, il sole, assume questo colore rosso intenso e procede a sorgere e tramontare.
Bhaskara vuole limitare il ṛk 7 al sorgere e il ṛk 8 al tramontare del sole.
(5) gopāḥ e udahāryaḥ:
(a) Sāyaṇa descrive i gopāḥ (pastori) come individui privi di saṃskāra, ovvero senza un'educazione o purificazione spirituale approfondita. Secondo questa interpretazione, Rudra si manifesta nella forma del sole, rendendosi visibile a tutti indistintamente. Mentre la forma divina di Rudra che risiede sul monte kailāśa può essere compresa e visualizzata solo da coloro che hanno una conoscenza approfondita dei veda śāstra, la sua forma solare è accessibile a chiunque. Così, Rudra, osservato come il sole, è invocato per conferire felicità a tutti noi.nota 3
(b) Bhaskara afferma che i gopāḥ sono proverbialmente noti per la loro ignoranza e stupidità. Le donne che portano acqua sono considerate ancora più stupide e ignoranti. Egli pone in discussione la necessità di fare distinzioni in questo contesto. Secondo Bhaskara, quando si tratta di comprendere veramente la grandezza del Signore Rudra, l'intero mondo è ignorante, al pari dei gopāḥ e delle donne che portano l'acqua. Rudra, una divinità che non è facilmente comprensibile nemmeno attraverso la śruti, si rende facilmente visibile a tutti nella forma del sole. Bhaskara invoca questo dio, così osservato e direttamente percepito, affinché ci doni felicità.nota 4
(c) A. Śankara: I gopāḥ ignoranti percepiscono il sole, così come le portatrici d'acqua ignoranti. Perché questa divisione? Anche le mucche e i bufali lo vedono. È per rallegrare tutti con la Sua vista, che il paramēśvara, il Signore supremo Rudra, sorge nella forma del sole.
La śruti dice: "Il Sole sorge, tutti gli esseri lo salutano con gioia".
La pura forma di Dio, sat-cit-ānanda (saccidānanda), conosciuta solo dai veda, è estremamente difficile da comprendere;
la forma saguna sul monte kailāśa può essere conosciuta solo dagli upāsaka (i devoti, seguaci); quindi adorando questo sole visibile a tutti, tutti possono raggiungere l'obiettivo della vita.
(6) Mentre l'uomo comune può soddisfare i suoi desideri con il semplice culto del sole, il Brāhmaṇa nel ṛk 78 ordina:
"Attraverso questi ṛk, si dovrebbe meditare e venerare bhagavān Rudra nella sua forma solare".
Questa interpretazione lo avvicina quasi alla sacralità della gayatrī. È questa specifica utilizzazione e valorizzazione dello śrī rudram, che lo trascende dal contesto originale del karmakāṇḍa, adattandolo alle sezioni dello jñānakāṇḍa dei veda e conferendogli lo status di upaniṣad nota


Note del curatore:
  1. antaragatam si decompone in antar (che significa "dentro", "tra" o "all'interno", e gatam che è il participio passato del verbo √gam-, "andato", "arrivato" o "entrato". Quindi, antaragatam si traduce letteralmente come "entrato dentro", "situato all'interno", o "presente in".
    Nel contesto di questo verso, antaragatam si riferisce a Rudra che risiede o è situato all'interno di un particolare dominio o spazio, in questo caso, all'interno del disco solare.
    Bhrājamāna è un participio presente derivato dalla radice verbale √bhrāj,"splendere", "brillare" o "risplendere". Pertanto, bhrājamāna si traduce come "che sta splendendo", "che sta brillando" o "che risplende". Questo termine è spesso usato per descrivere qualcosa di luminoso, radioso o che emette luce, riflettendo un'intensa brillantezza o splendore. Nel contesto di questo ottavo ṛk, bhrājamāna si riferisce al corpo radioso o alla forma che sta splendendo o risplendendo, suggerendo una qualità visivamente impressionante o divina, caratterizzata da una luce o un bagliore straordinari.
    Śucismitam combina due parole, śuci e smita:
    śuci significa "puro", "chiaro", "luminoso" o "pulito". • smita si riferisce a un "sorriso", spesso implicando un'espressione gentile, amichevole o serena.
    Quindi, śucismitam può essere tradotto come "con un sorriso puro" o "dal sorriso luminoso". Il termine evoca l'immagine di Rudra che esprime serenità, gioia o benevolenza attraverso un sorriso che è sia visivamente splendente sia puro in senso spirituale o emotivo. Sottolinea la sua natura benevola e la sua capacità di ispirare felicità, pace o purezza spirituale attraverso il semplice gesto di un sorriso.
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  2. Gli Āditya sono una classe di divinità associati principalmente con il Sole e la luce. Il termine Āditya deriva da Aditi, che nella mitologia vedica è la madre degli Āditya e rappresenta l'infinito e l'incommensurabile. Aditi è spesso considerata la madre di tutti i dei, la dea della terra e del cielo, simbolo di tutto ciò che è fertile e generoso.
    Gli Āditya sono tipicamente dodici, sette nel ṛgveda, rappresentando i dodici mesi solari, e ciascuno di essi ha funzioni e attributi specifici. Gli Āditya sono visti come protettori dell'ordine cosmico (ṛta) e sono associati a vari aspetti della vita e del mondo naturale. Ecco alcuni dei più noti Āditya:
    Sūrya (o Savitṛ) - Il Dio del Sole, portatore di luce e vita.
    Varuṇa - Il guardiano del ṛta, associato all'acqua e agli oceani, così come alla legge e all'ordine cosmico.
    Mitra - Divinità solare associata all'amicizia, ai patti e ai giuramenti.
    Indra - Re degli dei, divinità del cielo, della guerra e del tempo atmosferico.
    Agni - Il dio del fuoco, messaggero tra gli dei e gli uomini.
    Vāyu - Il dio del vento.
    Viṣṇu - protettore dell'universo e preservatore dell'ordine morale.
    Pūṣan - Un dio pastore, protettore dei viaggi e delle strade.
    Bhaga - Dio dell'abbondanza e della fortuna.
    Aryaman - Dio dei legami familiari e delle relazioni matrimoniali.
    Tvāṣṭṛ - Il fabbro divino, creatore di armi divine e artefici.
    Dhātṛ - Il creatore, colui che stabilisce la legge.
    Gli Āditya giocano un ruolo cruciale nella manutenzione dell'ordine e dell'equilibrio nel cosmo, proteggendo il dharma e assicurando il benessere dell'universo. La loro adorazione è parte integrante della pratica religiosa indù, e molti festival e rituali sono dedicati a loro, specialmente a Sūrya.
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  3. śeṣe chandasi bahulam |
    Per il resto (śeṣe) nei chandas vedici (chandasi) spesso (bahulam).
    Questo sūtra grammaticale fa parte dell'Aṣṭādhyāyī. Si trova nel contesto della discussione sulle eccezioni e le variazioni grammaticali che sono particolarmente frequenti o ammesse nella letteratura vedica (chandas), rispetto all'uso standard nella lingua sanscrita classica.
    In sostanza, questo sūtra suggerisce che ci sono numerose eccezioni o usi particolari che si verificano prevalentemente nella lingua vedica, oltre a quelli già specificati.
    Baṭṭabhāksara annota che il termine “viśvā” che è fem. sg. (tutta) dovrebbe essere invece “viśvāni”, n. pl. (tutti) poiché associato al neutro pl. bhūtāni. Per il classico quindi sarebbe dovuto essere “viśvāni bhūtāni”. Ma nel vedico … śeṣe chandasi bahulam | Torna al testo

  4. samudramanthana, in sanscrito, significa letteralmente "il mantecamento del mare" o "la sferzatura del mare". È un episodio mitologico centrale nella mitologia indù, descritto in vari testi, tra cui i purāṇa e l'epica mahābhārata. Questo mitico evento descrive il processo di mantecamento dell'oceano di latte (kṣīrasāgara) da parte degli dèi (deva) e dei demoni (asura) per ottenere l'amṛta, il nettare dell'immortalità. Durante questo evento, molti oggetti e esseri emersero dall'oceano, inclusi la dea Lakṣmī, il cavallo uchchaiḥśravas, l'elefante airāvata, e il veleno letale hālāhala. Il racconto simboleggia la lotta tra il bene e il male e la ricerca dell'immortalità.
    Il riferimento al samudramanthana è importante per comprendere la storia dietro all'epiteto di Rudra, nīlagrīva ("collo blu").
    Durante l'evento del samudramanthana, quando il veleno hālāhala emerse e minacciò di distruggere l'universo, Rudra intervenne per salvare il mondo bevendo il veleno.
    Pārvatī, la consorte di Rudra, fermò il veleno nella sua gola, che divenne blu. Quindi, il samudramanthana non solo è un evento cruciale nella mitologia indù, ma è anche direttamente legato alla rappresentazione di Rudra nel śrī rudram.
    Illustra la sua capacità di proteggere l'universo da un grande pericolo e il suo sacrificio, enfatizzando la sua compassione e potenza. Torna al testo

  5. Il termine kālakūṭa viṣa è un altro nome per il veleno hālāhala menzionato nel racconto del samudramanthana. Questi nomi diversi si riferiscono allo stesso veleno letale che emerse dall'oceano di latte durante il processo di mantecamento.
    hālāhala evoca l'idea di qualcosa estremamente tossico e pericoloso.
    Kālakūṭa letteralmente può essere tradotto come "il veleno nero" o "il veleno mortale", e viṣa significa veleno. Questo termine mette in risalto la natura letale e distruttiva del veleno. In entrambi i casi, il veleno rappresenta un grande pericolo per il cosmo, e la sua ingestione e neutralizzazione da parte di Rudra sono eventi centrali nella mitologia indù.
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  6. Nota 3: Questa interpretazione mette in luce la concezione che la divinità, in questo caso Rudra, può essere percepita in modi diversi a seconda del livello di comprensione spirituale dell'individuo, rendendosi più facilmente accessibile nella sua forma universale come il sole.
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  7. Nota 4: Il commento di Bhaskara, sottolinea la difficoltà intrinseca nell'intendere pienamente la natura di Rudra, un compito che risulta impegnativo anche attraverso lo studio dei testi sacri. Tuttavia, nella sua forma solare, Rudra diventa visibile e accessibile a tutti, indipendentemente dal loro livello di conoscenza o comprensione spirituale. Torna al testo

  8. sat-cit-ānanda è un termine che descrive la natura essenziale della realtà suprema nella filosofia indù. sat significa "essere" o "verità", cit indica "coscienza" o "conoscenza", e ānanda rappresenta "beatitudine" o "felicità suprema". Insieme, questi tre attributi esprimono l'idea che la realtà ultima (spesso identificata con Brahman) è un'entità eterna, consapevole e fonte di gioia infinita. Questo concetto è fondamentale nella filosofia vedānta e in diverse correnti dell'induismo, dove si afferma che realizzare la propria identità come sat-cit-ānanda è l'obiettivo supremo della vita spirituale. Torna al testo

  9. La "forma saguna di Rudra si riferisce alla manifestazione della divinità con attributi e qualità specifiche, in contrasto con la forma nirguna, che è senza attributi e trascendente. saguna significa letteralmente "con qualità" o "con attributi".
    In particolare, Aiyar menziona che la forma saguna di Rudra sul monte kailāśa è quella che può essere compresa e visualizzata solo da coloro che hanno profonda conoscenza nei veda śāstra. Questa forma di Rudra è descritta con specifiche caratteristiche fisiche, attributi e poteri, che la rendono maggiormente riferibile e comprensibile per i devoti.
    Per esempio, Rudra come nīlagrīva (collo blu), a seguito dell'episodio del veleno kālakūṭa durante il samudramanthana, è un esempio della sua forma saguna.
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  10. Il karmakāṇḍa è quella sezione dei veda che si concentra sui rituali, cerimonie e sacrifici. La parola karma in questo contesto si riferisce all'azione rituale, mentre kāṇḍa significa "sezione". Questa parte dei veda fornisce istruzioni dettagliate su come eseguire vari rituali e sacrifici, che sono considerati mezzi per raggiungere risultati specifici, come prosperità, salute o successo nel mondo materiale. Il karmakāṇḍa è essenzialmente orientato verso l'azione e il conseguimento di benefici tangibili attraverso il compimento di doveri religiosi e rituali. Lo jñānakāṇḍa, d'altra parte, è la sezione dei veda che si occupa della conoscenza, della saggezza e dell'illuminazione spirituale. jñāna significa "conoscenza" o "saggezza". Questa sezione si concentra sull'aspetto filosofico e meditativo, cercando di rispondere a domande più profonde riguardo la natura dell'esistenza, del sé e dell'universo. Le upaniṣad, che esplorano temi come la natura di Brahman (la realtà ultima) e ātman (il sé), sono considerati parte del jñānakāṇḍa.
    Nel contesto del commento di Aiyar, lo śrī rudram è originariamente associato al karmakāṇḍa per il suo utilizzo nei rituali e nelle cerimonie. Tuttavia, Aiyar sottolinea che il testo, quando interpretato e utilizzato in un contesto più ampio, si adatta anche allo jñānakāṇḍa. Questo significa che, oltre al suo utilizzo rituale, lo śrī Rudram può anche essere visto come un testo di saggezza e conoscenza spirituale, che fornisce intuizioni più profonde sulla natura del divino e sulla ricerca dell'illuminazione. In questo senso, lo śrī Rudram trascende il suo ruolo iniziale nel karmakāṇḍa e viene elevato al livello di un testo filosofico e spirituale, pari alle upaniṣad, che sono centrali nello jñānakāṇḍa dei veda.</a>
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La recitazione è dei Challakere Brothers.
Su www.saiveda.net il tutorial per la recitazione: tutorial


asau, pron. dim. nom. sg. m.da adas, colui, quello
yaḥ, pron. rel. nom. sg. m., introduce una clausola relativa, che, il quale avasarpati-, vb. cl.1, 3ª p. sg. pres. ind. di avasṛp-, avvicinarsi inaspettatamente (AV VIII, 6, 3); scorrere gradualmente (AV XI, 1,17).
nīlagrīvaḥ, agg. nom. sg. m., colui che ha il collo (grīva) blu (nīla). In questo caso è un composto bahuvrīhi, che descrive qualcuno che ha una particolare caratteristica.

In un bahuvrīhi, il composto nel suo insieme funge da aggettivo e si riferisce a un soggetto esterno che possiede le qualità descritte dal composto, ma non è direttamente descritto dal composto stesso. In altre parole, il composto non si riferisce a nessuno degli oggetti menzionati nelle sue parti costituenti. In questo caso siamo in presenza di un bahuvrīhi, perché il composto viene utilizzato aggettivalmente per descrivere qualcuno che possiede un collo blu, ma il termine stesso non si riferirebbe direttamente a quel soggetto.

vilohitaḥ, agg. nom. sg. m. , vivamente rosso.

Il prefisso vi- in sanscrito è spesso usato per intensificare il significato di un verbo o per dare un significato opposto quando è posto davanti a sostantivi o aggettivi. lohita significa rosso, rossastro, rosso-rame, e l’aggettivo “vilohita” quindi si riferisce a un rosso intenso o vivido.

uta, cong. e, anche, persino, o (RV)
enam, pron. acc. sg. m. 3ª p. di enad- egli, essa, esso, questo, quello. La base pronominale enad viene utilizzata solo nelle forme acc., str. sg. e abl., gen., loc. du.
gopāḥ, sm. nom. pl. di gopa-, bovaro, mandriano, mungitore. (MBh); 2. guardiano. protettore (RV X, 61, 10); go-, sm. bestiame, mucca, bue pa-, (suffisso) derivato da √pā- ccl. 2, sorvegliare, difendere, conservare; 2. proteggere da, difendere contro (abl.), (RV)
adṛśat, vb. 3ª p. sg. pres. ingiuntivo vedico, da √dṛś- cl. 1, vedere, guardare, osservare.
udahāryaḥ, sf. nom. pl. di udahāri-, che prende o porta l’acqua (AV X, 8. 14; VS)

uta, cong. e, anche, persino, o (RV)
enam, pron. acc. sg. m. 3ª p. di enad- egli, essa, esso, questo, quello. La base pronominale enad viene utilizzata solo nelle forme acc., str. sg. e abl., gen., loc. du.
viśvā, agg. nom. f. sg. di viśva-, tutta, ma da intendere viśvāni, nt. pl., tutti. vedi nota nei commentari.
bhūtāni, sn. nom. pl., di bhūta-, esseri, creature √bhū, cl. 1, essere, diventare, accadere, appartenere.
saḥ, pron. nom. sg. m. da tad-, quello, quella, questo, questa
dṛṣhṭaḥ, vb. part. nom. sg. m., visto, osservato, percepito √dṛś-, cl. 1, vedere, guardare, osservare.
mṛḍayāti, vb. 3ª p. sg. pres. ind. di √mṛḍ-, cl. 6,10, rende felice, allieta, dà gioia √mṛḍ-, cl. 6,10, avere pietà, perdonare, far felice, allietare
naḥ, pron. encl., acc. pl., noi


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