rudra namakam 1 - ṛk 9



namo , astu nīlagrīvāya sahasrākṣāya mīḍhuṣe |
| namaḥ | astu | nīlagrīvāya | sahasrākṣhāya | mīḍhuṣhe |
| saluto | sia | a colui dal collo blu |a colui dai mille occhi | al generoso |

Saluto (namaḥ) sia (astu) a colui dal collo blu (nīlagrīvāya) e dai mille occhi (sahasrākṣhāya), al generoso (mīḍhuṣhe)
Saluto Colui dal collo blu, dai mille occhi, al generoso |

atho ye , asya̱ sattvāno’han tebhyo’karan namaḥ ||9||| atho | ye | asya | sattvānaḥ | aham | tebhyaḥ | akaram |namaḥ |
| similmente | quelli che | di questo | seguaci | io | a loro | ho fatto |saluto

Similmente (atho), a coloro che (ye) [sono] i devoti (sattvānaḥ) di lui [asya], io (aham) ho offerto (akaram) il mio saluto (namaḥ).
Allo stesso modo, rivolgo il mio saluto a coloro che sono a Lui devoti |

traduzione di Rajagopala Aiyar Versione 1:
Saluto Colui che ha il collo blu, e mille occhi, il generoso. Estendo ulteriormente il mio saluto anche ai Suoi seguaci, davanti ai quali mi inchino."
Versione 2:
I miei saluti vadano a Colui dal collo blu, Colui che possiede mille occhi ed è generoso. Anch'io mi inchino ai Suoi seguaci.

esplorando i commentari
Il metro di questo ṛk è anuṣṭubh.
dhyāna śloka
:
śaracchandraprakāśena vapuṣā śītaladyutim ।
dhyāyetsiṃhāsanāsīnamumayā sahitaṃ śivam ॥
Si dovrebbe meditare (dhyāyet) su Śiva (śivam), che è seduto (āsīnam) su un trono (siṃhāsana) con la dea Umā (umayā) e che irradia (dyutim) freschezza (śītala) da una forma (vapuṣā) che è brillante (prakāśena) come la luna autunnale (śaracchandra).
2. sāyaṇācāryabhāṣyam
yaḥ pūrvoktarītyā nīlagrīvaḥ sa eva indramūrtidhāraṇena sahasrākṣaḥ sa punaḥ parjanyamūrtidhāraṇena mīḍhvānsecakaḥ ।
vṛṣṭikartetyarthaḥ । tādṛśāya rudrāya namo 'stu ।
atho api ca ye kecidasya rudrasya sattvāno bhṛtyarūpāḥ prāṇinastebhyaḥ sarvebhyo 'haṃ namo 'karaṃ namaskaromi ।

Colui (yaḥ) che, come precedentemente detto (pūrvokta rītyā), ha il collo (grīvaḥ) blu (nīla), è lo stesso (sa eva) che, assumendo (dhāraṇena) la forma (mūrti) di Indra (indra), diventa il dai mille occhi (sahasrākṣaḥ).
Egli ancora (sa punaḥ), assumendo (dhāraṇena) la forma (mūrti) di Parjanya (parjanya), diventa il dispensatore di pioggia (secakaḥ) che concede riccamente (</i>mīḍhvān</i>). "Colui che produce pioggia" (vṛṣṭikarta iti) è il significato (arthaḥ). A un tale (tādṛśāya) Rudra (rudrāya), offro (namo astu) il mio rispetto.
E ancora (atho api ca), a tutti (sarvebhyaḥ) quegli esseri (ye kecid) di questo (asya) Rudra (rudrasya) che sono manifestazioni (sattvāno) sotto forma (rūpāḥ) di servitori (bhṛtya), a tutte queste creature viventi (prāṇinastebhyaḥ), io (ahaṃ) offro (akaraṃ) i miei rispetti (namo namaskaromi).

Il precedente ṛk (1.8) descriveva Rudra come la divinità del sole. Qui viene identificato con indra e parjanya.
L'idea è che la stessa divinità assuma forme diverse.
Chi è saggio non vede divinità diverse o una gerarchia di divinità in cui alcune divinità sono superiori ad altre. Riconoscere una tale gerarchia equivale ad accettare divisioni nell'indivisibile (akhaṇḍa) Brahman. Questo è un trucco di māyā, come afferma il māyāpañcaka di Śaṅkara:

vidhihariharavibhedamapyakhaṇḍe bata viracayya budhānapi prakāmam ।
bhramayati hari hara bhedabhāvānaghaṭitaghaṭanāpaṭīyasī māyā ॥

Ahimè (bata)! Nell'indivisibile (akhaṇḍe) [Brahman], māyā (māyā) crea (viracayya) differenze (vibhedam) denominate Brahmā (vidhi), Viṣṇu (hari) e Śiva (hara), e inganna (bhramayati) volentieri (prakāmam) persino (api) i saggi (budhān) facendo percepire le differenze (bhedabhāvān) tra Hari (hari) e Hara (hara). Māyā (māyā) è molto abile (paṭīyasī) nel rendere possibile (ghaṭanā) l'impossibile (aghaṭita)!

La posizione corretta è quindi quella di considerare tutte le divinità come equivalenti, evitando così la trappola creata da māyā. Non può esistere una molteplicità di Īśvara. ĪIśvara è unico.
Questo è chiaramente espresso nella śvetāśvatara upaniṣad terzo adhyāya ṛk 2:

eko hi rudro na dvitīyāya tasthurye imāṁllokānīśata īśanībhiḥ ।
Poiché Rudra (rudro) [per propria natura] è unico (ekaḥ), [i conoscitori] non (na) ricercano (tasthuḥ) un secondo (dvitīyāya). Esso esercita il dominio (īśata) su questi mondi (imān lokān)attraverso le sue divine facoltà di controllo (īśanībhiḥ). (trad. Raphael)

4. Rajagopala Aiyar

(1)</b> Nei ṛk 7 e 8, Rudra viene venerato come sole, secondo Sāyaṇa e Bhaskara. Abhinava Śaṅkara interpreta ciò riferendosi a nīlakaṇṭha, che risiede in Bhukailas.
(2) sahasrākṣa: Indra possiede letteralmente mille occhi. Śaṅkara, però, considera questo come un upalakṣaṇa (v. nota 3 del ṛk 6), come nel puruṣa sūkta, attribuendogli il significato:
(a) che gli occhi di tutti gli esseri sono gli occhi di Lui,
(b) di una visione illimitata e senza ostacoli.
(3) mīḍhuṣe: secondo Sāyaṇa e Bhaskara, si riferisce a Varuṇa; per Śaṅkara, è Colui che soddisfa tutti i desideri degli uomini.
(4) sattvānaḥ:
(a) Secondo Sāyaṇa, si tratta degli esseri che sono servitori di Rudra.
(b) Gli attendenti personali di Rudra, i pramatha gaṇa.
(c) Per Śaṅkara, sono i parṣada di Rudra, descritti nella śruti come "antichi seguaci di Rudra, divini, di forme variegate". Vengono menzionati nel mahābhārata e in altri purāṇa. Sono grandi siddha e devoti di Rudra, che si compiace se sono riveriti e si adira se sono offesi."

Note del curatore:
  1. Umā è una delle molteplici denominazioni attribuite alla dea Parvatī, consorte di Śiva, e rappresenta un aspetto fondamentale della śakti, l'energia femminile divina. Il nome Umā viene spesso interpretato come "luce", "splendore" o "tranquillità", riflettendo le qualità serene e benevole della dea.
    Nella kena upaniṣad, Umā ha un ruolo cruciale come mediatrice di saggezza e conoscenza tra il supremo principio creativo, Brahmā (qui inteso come Prajāpati o il creatore supremo), e gli altri deva.
    Il contesto di questa narrazione è un episodio dove gli dei vincono una grande battaglia contro i demoni, ma iniziano a dimenticare che il loro successo è dovuto alla forza e al potere del Brahman, l'essenza ultima dietro ogni realtà. Presi dall'arroganza, pensano che il merito della vittoria sia tutto loro. Per correggere questa loro errata percezione e riportarli all'umiltà, Brahman appare davanti a loro in una forma che non riescono a riconoscere.
    Quando gli dei inviano Agni e Vayu per scoprire chi o cosa sia questa misteriosa apparizione, entrambi falliscono nel compito. Infine, Indra stesso si avvicina, ma prima che possa incontrare questa manifestazione di Brahman, questa scompare, e al suo posto appare Umā, identificata come Haimavatī, figlia di Himavat (le montagne dell'Himalaya). È Umā che rivela a Indra che quella forma misteriosa era Brahman e che è grazie a Lui che gli dei hanno ottenuto la vittoria. Umā, in questo contesto, è colui che porta la conoscenza e la comprensione agli dei, ricordando loro la vera fonte del loro potere e successo.
    Il ruolo di Umā nella kena upaniṣad simboleggia la saggezza che illumina l'ignoranza, portando luce sulla verità ultima del Brahman. La sua apparizione segna la prima volta che il nome Umā viene menzionato nelle scritture indù come mediatrice di conoscenza divina.
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  2. bhukailas si riferisce a un luogo mitico o sacro nell'induismo, spesso identificato come una versione terrena del Monte Kailāśa. Il Monte Kailāśa è considerato la dimora di Rudra/Śiva e si trova nell'Himālaya, secondo le scritture e le tradizioni indù. È un luogo di grande importanza spirituale e viene spesso descritto come un punto di incontro tra il divino e il terreno.
    bhu significa "terra", quindi bhukailas può essere interpretato come la "versione terrena del Kailāśa o un luogo sulla terra che riflette le qualità sacre del Kailāśa celeste. Questa interpretazione simbolica serve a portare la sacralità e la presenza di Śiva più vicino al mondo dei fedeli.
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  3. I pramatha gaṇa sono essenzialmente considerati gli attendenti o servitori di Rudra/Śiva e sono caratterizzati da diversi aspetti unici:
    - sono spesso descritti come esseri soprannaturali con aspetti feroci e terrificanti. Possono avere forme semidivine o demoniache, a seconda delle diverse interpretazioni e rappresentazioni. Sono tipicamente raffigurati come forti e potenti, in grado di assumere forme diverse. - Nella tradizione śaiva (dedicata al culto di śiva), i pramatha gaṇa giocano un ruolo di servitori fedeli e devoti a śiva. Sono incaricati di vari compiti e responsabilità nel servizio del loro signore, e spesso accompagnano śiva nelle sue varie incarnazioni e attività. Sono considerati custodi della saggezza e protettori degli insegnamenti di śiva. - I pramatha gaṇa rappresentano diversi aspetti del cammino spirituale e della devozione. Possono essere visti come simboli della forza interiore necessaria per superare gli ostacoli sulla via della realizzazione spirituale. La loro lealtà e devozione a śiva sono esempi per i fedeli che seguono il percorso della devozione (bhakti).
    - I pramatha gaṇa, quindi, sono più di semplici figure mitologiche; sono esseri che incarnano i principi della forza, della lealtà e della devozione.
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  4. La differenza tra i parṣada di Śiva e i pramatha gaṇa può essere sottile, ma è significativa. Entrambi sono gruppi di esseri associati a Śiva, ma hanno ruoli e caratteristiche distinti:
    I pramatha gaṇa sono spesso descritti come attendenti o servitori di Śiva. Il loro ruolo è più attivo e dinamico, partecipando a varie attività di Śiva, sia nella distruzione che nella creazione.
    I pramatha gaṇa hanno aspetti feroci e terrificanti, raffigurando le qualità distruttive e trasformative di Śiva. Possono assumere forme diverse, spesso semi-divine o demoniache. Simbolismo: Simboleggiano la forza e il potere dinamico di Śiva, così come la capacità di agire in modi che sfidano le convenzioni e le aspettative. Associazione: Sono strettamente legati all'aspetto più attivo e energetico di Śiva. I parṣada sono più spesso visti come compagni o cortigiani di Śiva. Hanno un ruolo più passivo, più orientato al servizio e alla devozione.
    Anche se possono avere aspetti feroci, i parṣada sono generalmente meno enfatici nelle loro rappresentazioni rispetto ai pramatha gaṇa. Possono essere visti come più equilibrati tra gli aspetti creativi e distruttivi di Śiva.
    Rappresentano la devozione e il servizio a Śiva. Simboleggiano l'aspetto della devozione e della fedeltà nella spiritualità.
    Sono più strettamente legati all'aspetto devozionale e cortese di Śiva.
    In breve, mentre i pramatha gaṇa sono associati all'energia dinamica e talvolta distruttiva di Śiva, i parṣada sono più legati alla devozione, al servizio e all'aspetto cortigiano di Śiva.
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  5. Il termine siddha si riferisce a un essere che ha raggiunto un alto livello di realizzazione spirituale e poteri sovrumani o siddhi.
    I siddha sono individui che hanno raggiunto un livello avanzato di conoscenza spirituale o illuminazione. Questo spesso implica una comprensione profonda della natura della realtà, dell'io e dell'universo. I siddha sono noti per aver acquisito siddhi, che sono poteri sovrannaturali o abilità straordinarie. Questi possono includere la capacità di volare, di diventare invisibili, di guarire gli altri, di leggere le menti, tra gli altri. Tuttavia, si enfatizza spesso che il vero obiettivo dei siddha non è l'acquisizione di questi poteri, ma piuttosto la realizzazione spirituale.
    Molti siddha raggiungono il loro stato attraverso pratiche yogiche intense e a volte attraverso l'alchimia o pratiche ascetiche. Queste pratiche includono la meditazione, il controllo del respiro (pranayama), la purificazione del corpo e della mente, e altre discipline severe.
    Oltre a essere noti per i loro poteri sovrannaturali, i siddha sono anche rispettati per la loro saggezza e i loro insegnamenti.
    In sintesi, i siddha sono considerati esseri eccezionali che hanno superato le limitazioni umane attraverso la pratica spirituale e la disciplina, diventando fonti di ispirazione, saggezza e rispetto nelle varie tradizioni spirituali dell'India.</a>




La recitazione è dei Challakere Brothers.
Su www.saiveda.net il tutorial per la recitazione: tutorial



namaḥ, nom. sg. di namas-, saluto reverenziale, omaggio;
astu, vb. cl. 2 (adādi gaṇa) 3ª p. sg. imp. di √as-, essere, sia
nīlagrīvāya-, agg. m. dat. sg. di nīlagrīva- composto (in questo caso samāsa tatpuruṣa) a colui dal collo blu (riferito a śiva).

In un composto tatpuruṣa, uno degli elementi del composto (solitamente il primo) funge da attributo o specificatore dell’altro. Il significato del composto è quindi letteralmente quello di un normale sintagma nominale, dove il primo termine qualifica il secondo. Il composto si riferisce direttamente all’oggetto descritto dal suo secondo termine. In nīlagrīvāya, il composto è formato da due parole: nīla (नील), di colore scuro, blu scuro, verde scuro o nero (RV);, grīvā (ग्रीवा), che significa “collo”. Quindi, nīlagrīvāya descrive qualcuno che ha un “collo blu” o “collo oscuro”. Questa descrizione è un epiteto di śiva, dove si riferisce alla storia in cui śiva inghiottì il veleno (halāhala) emerso dal mare durante il samudra manthan (la zangolatura dell’oceano), e il suo collo divenne blu a causa del veleno.

sahasrākṣāya, agg. m. dat. sg. di sahasrākṣa- composto (in questo caso samāsa tatpuruṣa) a colui dai mille occhi (riferito a śiva).

“sahasra” (सहस्र) significa “mille”. “akṣa” (अक्ष) significa “occhio”. È utilizzato come un epiteto di śiva, simboleggiando la sua onniveggenza o la capacità di vedere tutto.

mīḍhuṣe, agg. m. dat. sg. di mīḍhvas-, che concede riccamente, generoso, liberale (RV), al generoso

atho, avv. 1. ora; 2. similmente; 3. presto; 4. quindi.
ye, pron. nom. pl. di ya, chi, quelli che. asya, pron. poss. gen. sg. n. di idam, di questo, suo
sattvānaḥ, decl. irregolare? al nom. m. pl. di sattva-?

sattva può riferirsi a “essenza”, “verità”, “virtù”, … oppure a uno dei tre guṇa (qualità) e indica purezza, luminosità e armonia. In questo caso può essere utilizzata per riferirsi a più entità che incarnano o sono caratterizzate da sattva nel senso di individui o entità che sono essenzialmente buoni, puri o virtuosi, che dicono la verità, quindi seguaci di śiva.


aham, pron. nom. sg., io

tebhyaḥ, pron. m. pl. di tad-, a loro
akaram, vb. 1ª p. sg. aor.? di √kṛ8, fare, io ho fatto

namaḥ, nom. sg. di namas-, saluto reverenziale, omaggio;



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