ṛṣi

Published: Dec 1, 2021 by devadatta

Nel ṛgveda troviamo diversi riferimenti ai “ṛṣi antichi (pūrvān) e a quelli attuali (nūtanān)”. Per esempio, subito, nel primi versi dedicati ad agni (ṚV I.2). agni che, in questo momento, in qualità di kavír gṛhápatis yúvā, riscalda il mio girinilayam.

agniḥ pūrvebhir ṛṣibhirīḍyo nūtanairuta |

sa devām eha vakṣati ||2||

agni (agniḥ) essendo venerato (īḍyaḥ) grazie agli antichi (pūrvebhiḥ) veggenti (ṛṣi) e anche (uta) grazie agli attuali (nūtanaiḥ),

(è) lui (saḥ) che accresce [porta, riunisce] (vakṣati) gli dèi (devān) in questo mondo (iha).

agniḥ, sost. nom. sg. di agni-, dio del fuoco, agni

pūrvebhiḥ, str. pl. di pūrvin-, derivato dagli antenati o dagli avi, ancestrale; grazie agli antenati

ṛṣibhiḥ, sost. str. pl. m. di ṛṣi-, saggio o poeta ispirato; “grazie ai saggi”

pūrvebhir ṛṣibhir, grayie ai saggi del passato

īḍyaḥ, nom. sg. dell’assolutivo 2ª cl. Ā della √**īḍ-, pregare, implorare, richiedere; “essendo venerato”

nūtanaiḥ, sost. n. str. pl. di nūtana-, gioventù, giovinezza

uta, cong. e, anche, persino

saḥ, pron. nom. sg. di tad, egli, questo

devān, sost. acc. pl. m. di deva-, dèi, divinità

iha, ind. in questo luogo, qui, in questo mondo

vakṣati, v. 3ª p. sg. pres. di √vakṣ-, crescere, accrescere

Ma chi sono questi ṛṣi antichi e ṛṣi ‘attuali’? Sto rileggendo l’interessante scritto di Giacomo Benedetti “La funzione e la figura del ṛṣi nel ṛgveda”. Dopo un’attenta analisi dei testi il prof. Benedetti conclude (p. 26):

” Se si volessero quindi sintetizzare ed elaborare i risultati di questa indagine sul rapporto tra ṛṣi antichi e ‘attuali’, si potrebbe dire che essi, pur partecipando di una stessa natura umana e condividendo una stessa funzione rituale, hanno un differente livello qualitativo, visto che i ‘primi’ ṛṣi detengono una posizione di privilegiato rapporto con gli dèi e con lo ṛta, appaiono nel ruolo di fondatori del sacrificio, e di primi ed essenziali tramiti tra la sfera divina e quella umana. Essi sono i più vicini alla perfezione e alla pienezza dell‘Origine, dopo di loro non può che innescarsi un processo di decadenza, a cui però, sembra il messaggio implicito, si può resistere mantenendo viva la tradizione che risale ai Padri, continuando a seguire il loro modello esemplare. I primi ṛṣi sono implicati nella cosmogonia, anzitutto nel mito della liberazione delle vacche dalla caverna di Vala, che allude soprattutto alla manifestazione della luce, dell’Aurora; questa partecipazione può essere spiegata sia per il potere della parola sacra e del canto che spezza le barriere dell‘Asat (ovvero del caos e della tenebra e della virtualità), che impediscono il sorgere del Sat (l‘universo ordinato e luminoso e ricco di manifestazioni vitali), sia per il legame dei ṛṣi con il sacrificio del mattino, che spinge l’Aurora a manifestarsi.

Essi partecipano alla cosmogonia anche nel Puruṣasūkta, poiché in tale mito è il sacrificio dell‘Uomo cosmico a generare l‘universo, e i ṛṣi, essendo in primis sacrificatori, sono i naturali esecutori di questo atto, assieme agli dèi, con i quali sono messi, in questo caso, sullo stesso piano. In X.130 i ‘ṛṣi umani’ appaiono invece semplici ripetitori dell‘archetipo divino del sacrificio, e in quanto tali, però, fondatori e intermediari rispetto all‘umanità.”

Tesi Benedetti

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van- , vb. cl. 1, piacere, amare, sperare, desiderare; ottenere, acquisire; conquistare, vincere;

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“Generalmente la centralità nei templi dedicati al Dio spetta al liṅga. Esiste una molteplicità di liṅga. Rappresentazione della potenza allo stato puro prima e nonostante la manifestazione, il liṅga è l’emblema per eccellenza di śiva, esso rappresenta parzialmente l’energia sessuale e la procreazione, ma è soprattutto potenza distruttrice: se il liṅga, a causa di una maledizione, si stacca dal corpo di śiva e cade a terra l’universo si spegne o comincia bruciare ogni cosa, finché non viene posta nella yoni di parvatī ove la sua forza distruttrice si placa; la yoni rappresenta la base su cui il liṅga è istallato, simbolo della śakti con la quale il Dio è perennemente unito. Nei pancamukha-liṅga (liṅga con cinque volti) ci sono in realtà quattro volti, il quinto è il liṅga come forma trascendente di śiva. Nei sancta sanctorum dei templi i la mūrti che si incontra più frequentemente non è una vera e propria mūrti, bensì il liṅga che prima di essere un oggetto concreto di culto è il segno di una Realtà sottile che permea tutte le cose: “il liṅga è nel fuoco per coloro che si dedicano ai riti, nell’acqua, nel cielo, nel sole per gli uomini saggi, nel legno e in altri materiali solo per gli sciocchi; ma per gli yogin è nel proprio cuore. (īśvara-gītā, Il Canto del Signore [śiva]). Gli śivaliṅga sono infiniti, dice lo śiva-purāṇa, e l’intero universo è fatto di liṅga giacché tutto è forma di śiva e null’altro esiste realmente; il liṅga in altre parole è il brahman (īśvra-gītā 10, 1 e 3).”