vidyā - avidyā

Published: Feb 11, 2022 by devadatta

vidyā - avidyā

Di solito i due termini hanno questo significato:

vidyā-, conoscenza, scienza, insegnamento, erudizione, sapere

avidyā-, ignoranza, illusione, māyā

Nell’ īśopaniṣat o īśāvāsyopaniṣat sembrerebbe che i due termini siano da intendere in modo diverso, almeno secondo il commento di śaṅkara.

vidyā-, “la sola conoscenza sulle forme divine”
avidyā, “attività rituale”

La traduzione parola per parola dei versi è mia, ho aggiunto quella di Della Casa, quella del commento di śakara è di Raphael (ed. āśram vidyā 2007, p.47). I termini sanscriti tra parentesi nella traduzione sono stati inseriti da me.

La recitazione è tratta da saiveda.net. È l’unica disponibile in rete. Infatti l’īśopaniṣad fa parte dello śukla yajuḥ kāṇva śākhā (śuklayajurveda) e DEVE essere recitato in questo stile che è il vārāṇasī.

Questo stile di recitazione si differenza da tutti gli altri: in kāñcī (ṛgveda) o in ṣṛngerī (kṛṣṇayajurveda) la nota bassa, rispetto alla mediana OṂ, è un tono sotto, la nota alta mezzo tono sopra. Ad es, se la OṂ è un re, la nota bassa sarà un do e la nota alta un mi bemolle.

Nello stile vārāṇasī, tipico dello śukla yajuḥ kāṇva śākhā, appunto, la nota bassa è solo di un mezzo tono più bassa rispetto alla mediana OṂ (nell’esempio sopra sarà quindi un do diesis), l’alta sempre mezzo tono sopra (quindi sempre un mi b.). Una difficoltà ulteriore per i recitanti. Forse per questo non si trova degnamente recitata in rete. Non è concesso recitarlo in altri stili.

andhantamaḥ praviśanti ye’vidyāmupāsate |
tato bhūya iva te tamoya u vidyāyāṃ ratāḥ ||9||

Traduzione parola per parola
Le cieche (andham) tenebre (tamaḥ) raggiungono (praviśanti) coloro (ye) che adorano (upāsate) l’ignoranza (avidyām) oppure (u) allo stesso modo (iva) divengono ancor più (bhūyas) oscuri (tamaḥ) coloro (ye) [che sono] gratificati (ratāḥ) nella conoscenza (vidyāyām)

Precipitano in cieche tenebre coloro che credono nell’i­gnoranza e in tenebre ancor più fitte, per così dire, coloro che della conoscenza [soltanto] si compiacciono (Carlo della Casa, Upaniṣad, Utet 1976)

Commento di śaṇkara:

ke | ye ’vidyām vidyayā anyā ’vidyā tāṁ karma ityarthaḥ |

karmaṇo vidyāvirodhitvāt |

tāmavidyāmagnihotrādīnilakṣaṇāmeva kevalāmupāsate tatparāḥ santo ’nutiṣṭhantityabhiprāyaḥ |

tatastasmādandhātmakāttamaso bhūya iva bahutarameva te tamaḥ praviśanti |
ke | karma hitvā ye u ye tu vidyāyāmeva devatājñāna eva ratā abhiratāḥ |

Chi (ke) [sono costoro che entrano in una cieca tenebra]?

“… coloro i quali (ye) [venerano] la non-conoscenza (avidyām)”. La non-conoscenza (avidyā) è altro (anyā) dalla conoscenza (vidyā): [costoro adorano] quella (tāṁ), vale a dire (iti) l’attività rituale (karman), [che è detta non-conoscenza] perché il rito si contrappone (virodhitvāt) alla conoscenza (vidyā). Essi (tām) “venerano” (upāsate) quella sola (kevalām), la non-conoscenza (avidyā) [cioè l’attività rituale] consistente nell’agnihotra e negli altri [riti], vale a dire che essi eseguono (anutiṣṭhanti) [tali riti] essendo esclusivamente dediti a quelli (prāyaḥ).

“… ma in una oscurità (tamasaḥ) ancora più profonda (bhūya) di tale [tenebra]” certamente (eva) più grande (bahutaram) di quella oscurità (tamaḥ) che è di per sé cieca, entrano (praviśanti)…

Chi? (ke)

“coloro i quali, ahiloro” avendo abbandonato (hitvā) il rito (karma) “si compiacciono (ratā) della sola conoscenza (vidyāyām) [meditazione] sulle forme divine (devatājñāna)

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