Grammatica sanscrita

la parola


III. - Composizione

67- Generalità. - Il sanscrito fa ampio uso del procedimento della composizione nominale: dove altre lingue direbbero “il caldo e il freddo”, il sanscrito dice “caldo-freddo”, così come “il servo del re” non sarebbe rājñaḥ (gen.) puruṣaḥ ma rājapuruṣaḥ, ecc. Il fenomeno, già frequente nei testi vedici, si amplifica nei testi classici (in concomitanza con l’avanzare della frase nominale, cfr. 183); alla fine, il discorso non è altro che un intreccio di sostantivi giustapposti. I composti sanscrito sono classificati secondo il loro valore sintattico; tuttavia, le regole alla base della loro formazione dovrebbero essere esaminate per prime.

68- a) Un composto ha unicamente due soli elementi: rāja-puruṣa-. Se ce ne sono più di due (tre, quattro, o più), l’analisi deve essere fatta in coppie successive (un composto a due membri può diventare esso stesso, per esempio, il primo elemento di un nuovo composto e così via): rājapuruṣapatnī- “la moglie del servo del re” è analizzato rājapuruṣa + patnī-.
b) Gli elementi di un composto hanno la forma del tema (cfr. 10); le desinenze appaiono solo alla fine del composto quando, diventato una nuova parola (sostantivo o aggettivo), viene usato in una frase. Tuttavia, i pronomi hanno la forma del nominativo neutro singolare (anche se si riferiscono a un plurale f. per esempio): tat-puruṣa- “il loro servitore” (passaggio da d a t secondo 33; solo il contesto rivelerà cosa rappresenta tad in questo composto) e i temi a predesinenziali alternante hanno il grado ridotto. Infine, un numero molto piccolo di parole ha una forma compositiva particolare: così mahant- “grande” diventa mahā-.

69- c) I verbi non compaiono mai in composizione. Quando una radice appare come elemento successivo, si deve riconoscere un nome-radice (cfr. 46 R.): svayaṁ-bhū- “indipendente” (bhū- è qui il nome d’agente significante “che esiste”); inoltre, il carattere nominale del nome-radice è più spesso sottolineato dall’aggiunta di un suffisso: sarva-jit- “conquistatore del mondo” (la radice è JI - “conquistare”). D’altra parte, le forme nominali del verbo (participi, aggettivi verbali, ecc.) possono essere usate in composti, poiché in realtà sono sostantivi: kṛta-karman- “chi ha portato a termine il suo compito” (kṛta- aggettivo verbale di KṚ- “fare”, secondo 159).

d) Occasionalmente, la finale dell’ultimo elemento di un composto viene modificata per sottolineare il carattere unitario e nuovo del composto in questione. Il modo più semplice per farlo è aggiungere un suffisso d’aggettivo (-ka- come regola generale) : dyuta-lekhaka- “ammontare della perdita di un giocatore” (dyuta- è “giocatore”, lekha- è “scritto, lettera”); si possono anche usare suffissi che esprimono l’idea di “possedere, avere” (quindi mant-, vant-); è infine possibile sostituire la vocale finale con un’altra (il più delle volte si tratta della riduzione di qualsiasi vocale alla vocale tematica -a-) : ahorātra- “giorno e notte” (mentre il tema è rātrī- “notte”), mahā-rāja “grande re” (mentre il tema è rājan- “re”).
c) Le regole del saṁdhi interno devono essere osservate alla giuntura dei due elementi di un composto: mahātman- “magnanimo” è mahā- “grande” + ātman- “anima” (secondo 32 a); maheśvara- “grande divinità” è mahā + īśvara- (anche secondo 32 a); manohara- “incantevole” è manas- “pensiero “+ hara- “che incanta” (passaggio da as a o, secondo 29 e).

70- Tipi di composti. - I grammatici indiani classificano i composti in quattro grandi categorie, a seconda del significato. Questa classificazione è talmente adeguata che gli stessi nomi dati da Pāṇini a queste categorie sono talvolta utilizzati dai filologi moderni per designare composti equivalenti in lingue diverse dal sanscrito. Ecco perché troveremo qui, in via eccezionale, i nomi tradizionali.

a) dvandva (“coppia”): composti copulativi, del tipo sukha-duḥkha- “felicità e infelicità”. Il genere è quello dell’ultimo membro: suta-bhāryā- “figlio e moglie” sarà quindi un sostantivo femminile; spesso, però, per sottolineare l’unità del composto, gli viene dato il genere neutro: ahar-niśa- “giorno e notte” (n. sg. anche se il secondo elemento è, di fatto, niśā- sostantivo femminile).

Nota. - In vedico, i due elementi del composto erano di solito ciascuno in duale (tipo mitrā-varuṇau "gli dei mitra e varuṇa"); in classico si incontrano talvolta dei  dvandva in duale (cioè dove il membro successivo è in duale): sutabhārye (nom. f. duale) per riprendere l'esempio precedente. Nel caso di lunghe enumerazioni, abbiamo o la sg. neutra con  valore collettivo, o plurale: hasty-aśvāḥ (sostantivo. m. pl.) "elefanti e cavalli" o hasty-aśvam (sostantivo. n. sg.), stesso significato.


71- b) karmadhāraya (lett. “che si ricorda delle azioni”, es. della formazione): sono composti determinativi in cui i due membri sono in rapporto diretto: aggettivo + sostantivo (nīla-padma- “loto blu” dove l’aggettivo precede il sostantivo; se l’aggettivo segue il sostantivo, si deve intendere che si stabilisce un confronto megha-śyāma- “nero come una nuvola”), sostantivo + sostantivo (tipo rāja-siṁha- “re-leone”, kanyā-ratna- “figlia gioiello”, cioè: “re con le qualità di un leone”, “figlia bella come un gioiello”, etc.).

Nota. - L'esempio scelto per dare il suo nome alla formazione sembra assurdo: di struttura  regime + sostantivo con valore verbale, appartiene piuttosto alla categoria tatpuruṣa. Tuttavia, va sottolineato che il significato esatto della parola karmadhāraya (che è solo una "parola di grammatici") ci sfugge per mancanza di contesto e che, d'altra parte, la distinzione tra composti karmadhāraya e tatpuruṣa è fluttuante.


72- c) tatpuruṣa (“il suo servitore”): composti determinativi in cui il secondo membro è sintatticamente in rapporto con il primo. Il caso più comune è quello di due sostantivi, il primo è un genitivo virtuale: rāja-puruṣa- “il servitore del re”, go-pati- “bovaro” (go- “mucca” e pati- “padrone”), nara-śreṣṭha- “il migliore degli uomini” (dove il secondo elemento è un superlativo). Ci sono anche altre varietà di relazioni casuali tra il secondo e il primo elemento, come: yūpa-dāru- “legno (dāru-) per fare un palo” (valore dativo), vṛka-bhaya- “la paura (bhaya-) del lupo” (valore ablativo), madhu-ścut- “che distilla (ścut-) il miele” (valore accusativo), ecc.

Nota. - La formazione è infatti estremamente libera e sono ammessi tutti i possibili rapporti tra il secondo e il primo elemento. Tuttavia, tali elementi devono essere nominali (o: pronominali) perché ci sia un regolare tatpuruṣa. Un caso particolare (sopravvivenza della lingua più antica) è quello in cui il primo membro mantiene la desinenza voluta attraverso il suo rapporto con il secondo: *yudhi-ṣṭhira*- (nome proprio, "fermo in battaglia", essendo lo yudhi il loc. di yudh-).


73- d) bahuvrīhi (“che possiede molto riso”), composti con il valore di aggettivi, implicando l’idea che il soggetto sia il possessore delle qualità espresse nel composto: così nīlakaṇṭhaḥ śivaḥ significa “[il Dio] Śiva la cui gola (kaṇṭha-) è blu (nīla-)”, oppure: ugrabāhuḥ puruṣaḥ “un uomo con braccia (bāhu-) potenti (ugra-)”. Un tipo originale di bahuvrīhi è quello in cui l’elemento anteriore è un aggettivo verbale in -ta- (equivalente a un participio passato passivo; cfr. 159): hataputra- “il cui figlio (putra-) è stato ucciso (hata-)”. Solo il contesto indica chi ha ucciso il figlio in questione: non c’è alcuna impossibilità grammaticale a che sia il soggetto di cui questo bahuvrīhi è un qualificatore, come mostra chiaramente quest’altro esempio: prāpta-svarga- “che ha vinto il Paradiso (svarga)”, parola per parola: “che possiede (valore di bahuvrīhi) un cielo (svarga) vinto (prāpta-)”.

Nota. -  Molti di questi tipi di composti hanno un aspetto formale: così la parola ādi- "inizio" è usata per lasciare un'enumerazione aperta, per esempio la parola hastyaśvadi- dovrebbe essere tradotta come "elefanti, cavalli, ecc. "(può essere analizzato: hasti- "elefante" + aśva- "cavallo" + ādi- e correttamente significa "[elenco] che inizia con cavalli ed elefanti [ma continua in modo indefinito]"); analogamente si ha bahuvrīhi a  ultimo elemento °rūpa- ("forma") il cui esito è "consistente di" (aśva-rūpa- "[dono] consistente in un cavallo"); altri ancora a ultimo elemento °mātrā-("misura") che serve a chiudere un'enumerazione, o a limitare un significato: "questo e nient'altro"; esempio: rāti-mātra- "il piacere, e nient'altro" (si noti il cambiamento da ā ad a, secondo 69 d).
Nel classico, solo il contesto permette di distinguere un tatpuruṣa da un bahuvrīhi. Non era lo stesso in vedico, dove queste due categorie di composti potevano essere riconosciute dal loro accento (i tatpuruṣa normalmente accentuano sull'elemento successivo, il bahuvrīhi sull'elemento precedente); cfr. a questo proposito la leggenda di Tvaṣṭar, in J. Varenne, Mythes et légendes des Brāhmana (Gallimard, 1968, p. 91).