Grammatica sanscrita

nomi e pronomi


I. - Generalità

L’arcaismo del sanscrito appare evidente nella declinazione dove troviamo, per esempio, gli otto casi dell’indoeuropeo, i tre numeri, la distinzione tra tematico e atematico,l’alternanza vocalica, ecc. La fisionomia di un nome è quindi estremamente mobile in sanscrito, dove le forme possibili sono numerose e dove l’alterazione della sillaba predesinenziale può essere notevole (non solo per le alternanze vocaliche ma anche per l’applicazione delle regole di finale assoluta, o di saṁdhi). Questa ricchezza morfologica è un importante strumento sintattico: rende inutile, o forse addirittura impossibile, l’uso delle preposizioni. Inoltre, poiché la maggior parte delle “circostanze” possono essere espresse in forma declinata, la frase nominale (cioè quella senza verbo coniugato) tende a prevalere nel sanscrito classico (vedi sotto 183). Le regole morfologiche che verranno date riguardano i sostantivi, gli aggettivi (categoria che, in sanscrito, è difficile da distinguere dalla precedente), i participi, i pronomi e i numeri.

75- Generi. - Il sanscrito ne conosce tre: maschile, neutro, femminile. In realtà, la distinzione tra maschile e neutro appare solo nei casi diretti (nom. voc. acc.), avendo i casi obliqui le stesse inflessioni; d’altra parte, maschile e femminile hanno un’inflessione comune in tutta la declinazione. Siamo quindi portati a supporre che la declinazione nominale sia unica nei casi obliqui e che nei casi diretti faccia una distinzione tra genere animato (m. f.) e genere inanimato (n.). Tuttavia ricordiamo che il femminile è una formazione secondaria derivata (51) che utilizza un suffisso -ā- o -ī-. Quindi se facciamo astrazione dell’insegnamento dei grammatici, si noterà una forte opposizione tra maschile e femminile (un gen. pl. manas-ām può essere m. o n., d’altra parte dātrī-ṇām è sicuramente il gen. pl. f.): coloro che parlavano sanscrito facevano subito la differenza.

In sostanza, i maschili sono esseri viventi maschi, neutri tutti gli oggetti, i femminili gli esseri viventi femminili: aśva- “cavallo” (m.), śastra- “libro” (n.), rājñī- “regina” (f.). Tuttavia, ci sono parole il cui genere femminile è determinato solo dal suffisso che le riguarda (astratti in -ti- e -tā- per es.); più alcune rare eccezioni: dharma- “legge morale” è m. (perché personificato), nadī- “fiume” è f. (perché i fiumi erano considerati delle divinità), veda- “Sacre Scritture” (m.), vidyā- “conoscenza” (f.), ecc.

76- I numeri. - Il sanscrito distingue singolare, plurale, e un caso particolare del plurale: il duale, che vale quando si designano due esseri o due oggetti. Il duale ha solo poche forme: tre in tutto e per tutto, ma la categoria è vivace e limita l’uso della cifra dva- “due”; la sola forma aśvau è sufficiente a significare “due cavalli” (nom. m. duale). Esiste un singolare con valore collettivo, che designa una massa indifferenziata di oggetti; ma il suo uso è raro e più spesso viene confuso con il procedimento della composizione nominale: tribhuvanam (nom. n. sing.) significa “i tre mondi” (ci si aspetterebbe: trīṇi bhuvanāni, nom. n. pl.). Il plurale estende il suo dominio alla designazione di alcune regioni (andhreṣu “nel paese di Andhra”, loc. m. pl. [“presso gli Andhra”]), di alcune stagioni (varṣāḥ “il monsone”, nom. m. pl. [“le piogge”]), ecc.) Infine, ci sono alcune parole che sono attestate solo al plurale: āpaḥ “l’elemento liquido” (f. pl. “le acque”), prānāh “la vita” (m. pl. “i soffi vitali”). Quanto al plurale maiestatis, è quasi sconosciuto in sanscrito (la forma di cortesia è la terza pers. del sg.).

77- Casi - Il sanscrito ha mantenuto gli otto casi dell’indoeuropeo: nominativo, vocativo, accusativo, strumentale, dativo, ablativo, genitivo, locativo. Il loro uso sarà specificato nel capitolo sulla sintassi (cfr. 166 ss.). Dal punto di vista morfologico, c’è una chiara distinzione tra i primi tre (noti come “casi diretti”) e gli altri cinque (noti come “casi obliqui”). Così, i casi diretti del genere animato (m. f.) sono caratterizzati da uno “stato forte” (in pratica: gradi pieni o lunghi della vocale predesinenziale), i casi obliqui da uno “stato debole” (grado ridotto o, raramente, pieno della vocale predesinenziale); questo stato debole si applica anche ai casi diretti del genere inanimato (n.) al plurale. Tuttavia, queste distinzioni sono piuttosto delle sopravvivenze e possono essere osservate solo nella declinazione atematica dove rientrano solo una minoranza di sostantivi. D’altra parte, alcune desinenze (quella del plurale locativo -su, quelle con iniziale -bh- degli str. dat. abl. del duale e del plurale) sono considerate come “parole” (pada) aggiunte al tema: alla giunzione, quindi, si applicano le regole del saṁdhi esterno: così da manas- “pensiero”, si ha manobhyas (o secondo 29 e) e manaḥsu ( secondo 15).

78- Desinenze. - Consistono in elementi monosillabici con suffisso al radicale. Esempio: la disinenza del locativo singolare essendo -i, si ha manas-i (“nel pensiero”), deśe (= deśa + i, con saṁdhi, “nel paese”). In teoria, c’è una sola declinazione in sanscrito e tradizionalmente c’è un solo elenco di desinenze. Tuttavia, l’esame della situazione reale rivela una chiara distinzione tra la declinazione dei radicali che terminano in a (vocale tematica) e le altre. Occorre quindi distinguere nella declinazione, come si farà nella coniugazione, tra declinazioni tematiche e atematiche. E nella declinazione, come nella coniugazione, possiamo vedere che il tipo tematico è sia più lontano dalla norma (ad esempio non include le alternanze) n sanscrito classico, più della metà dei sostantivi e dei verbi sono di tipo tematico). Se guardiamo la tabella delle desinenze, riportata qui sotto, possiamo notare che i radicali a vocali lunghe (in particolare, femminile in ī- e ā-) fanno, in un certo senso, da ponte tra le due declinazioni, i radicali in ā essendo i più vicini alla flessione tematica.

79- TALELLA 1
Desinenze
    radicali
consonantici
femminile
in ī-
femminile
in ā-
radicali
tematici




Singolare
Nom.
Voc.
Acc.
Str.
Dat.
Abl.
Gen.
Loc
.
-s (n. zero)
zero
-(a)m (n. zero)

-e
-as
-as
-i
zero
zero
-m

-ai
-ās
-ās
-ām
zero
-i
-m
-yā
-yai
-yās
-yās
-yām
-s (n. -m)
zero (n. -m)
-m (n. -m)
-inā
-āya
-āt
-sya
-i

Duale
N.V.Acc.
S.D.Ab.
G.L.
-au (n. ī)
-bhyām
-os
-au
-bhyām
-os

-bhyām
-yos
-au (n. -ī)
-ābhyām
-yos




Plurale
Nom.
Voc.
Acc.
Str.
Dat.
Abl.
Gen.
Loc
.
-as (n. i)
as (n. -i)
-as (n. -i)
-bhis
-bhyas
-bhyas
-ām
-su
-as
as
-as
-bhis
-bhyas
-bhyas
-nām
-su
-as
as
-as
-bhis
-bhyas
-bhyas
-nām
-su
–as (n. -ānī)
as (n. -ānī)
-as (n. -ānī)
-ais
-ibhyas
-ibhyass
-nām
-iṣu
ॐॐॐॐ ॐॐॐॐॐ ॐॐॐॐॐॐ ॐॐॐॐॐ ॐॐॐॐॐ ॐॐॐॐॐ


Nota. - 1° I femminili in ā- adottano nei casi diretti del duale la desinenza dei neutri ();
2° Nessuna distinzione tra m. e f. nei radicali consonantici;
3° Non si tiene conto in questa tabella delle alternanze proprie ai radicali atematici (stato forte nei casi diretti, debole nei casi obliqui, salvo eccezioni), né della possibile nasalizzazione di alcune predesinenziali (manāṁsi, nom. n. pl. di manas-).