Grammatica sanscrita

la parola


I. - Generalità

45. In linea di principio, le parole sanscrite sono costituite da elementi grammaticali privi di significato proprio aggiunti ad una radice verbale che da sola esprime il significato fondamentale eventualmente modificato dall’interazione con questi elementi (prefissi, affissi, suffissi, flessioni, ecc.). Così in vettṛ- “testimone”, dobbiamo distinguere il suffisso -tṛ-, una sillaba senza esistenza indipendente (in quanto tale, non compare in un dizionario) da VET- (per VID- secondo 41 e 33), una radice verbale che esprime l’azione di “conoscere”: qualsiasi radice impostata al grado guṇa (cfr. 40) più il suffisso -tṛ- costituisce obbligatoriamente un nome di agente che designa “colui che può o intende compiere l’azione espressa dalla radice” (sotto: 48). Facciamo alcuni esempi, tutti incentrati sulla radice VID. Da questa radice, chi parla la lingua sanscrita può usare un sostantivo (quindi: VED-a- “la conoscenza”), un aggettivo (quindi: VAID-ya- “erudito”), un verbo (quindi: ni-VED-ay-a-te “egli fa conoscere”); queste formazioni non sono isolate, oltre a VED-a- (e VET-tṛ- precedentemente menzionato) si possono avere : VID-yā- “scienza”, ni-VED-ana- “informazione”, saṁ-VED-a- “percezione”; e anche: dur-VID-a- “difficile da conoscere”, su-VID-i-ta- “ben capito”; anche: pra-VED-ay-a-te “egli annuncia”, abhi-VED-ay-a-te “egli racconta”; ecc.

Inoltre, gli elementi grammaticali possono modificare una parola già formata: quindi se VET-tṛ- è “un testimone”, vettr-ī- (da a r , secondo 32 b) è “una [donna-]testimone”; se VID-yā- è “scienza”, a-vidyā- sarà “ignoranza”; e così via. Gli autori non si privano della facoltà data loro di forgiare le parole di cui hanno bisogno: innumerevoli sono nella letteratura sanscrita le “formazioni istantanee”, soprattutto nei testi arcaici (particolarmente in poesia) e nei lessici tecnici. Di conseguenza, gli studenti di oggi possono acquisire un ampio vocabolario imparando una lista delle radici più comuni (circa 300) e assimilando perfettamente l’insieme dei prefissi e dei suffissi, con le regole grammaticali (soprattutto fonetiche) che regolano la derivazione e la composizione nominale.

Nota. -  Va da sé che anche il sanscrito conosce parole che non corrispondono a questa modalità di formazione: si tratta da un lato di sostantivi o verbi basati su onomatopoee (ulūka- "gufo", dundumayati "batte il tamburo"), e dall'altro di parole di origine non indoeuropea prese in prestito dalle lingue austro-asiatiche (tāmbūla- "betel"), JEM -a-ti "mangia") o dravidiane (kāla- "nero", candana- "sandalo", nīra- "acqua", biḍāla- "gatto", valaya- "braccialetto", heramba- "bufalo"). Va ricordato, tuttavia, che la stragrande maggioranza del vocabolario sanscrito è indoeuropeo e che le parole sono chiaramente formate secondo le regole che verranno fornite di seguito.


46- La radice. - Secondo i grammatici indiani, ogni radice sanscrita coincide con un verbo: così nelle parole yoga- “l’imbrigliare”, pradeśa “paese”, nīti- “condotta”, riconoscono la presenza di verbi coniugabili: YUJ- “imbrigliare”, DIŚ- “mostrare una direzione”, - “guidare” che svolgono il ruolo di radici, cioè, come abbiamo appena detto, di elemento base, recante il significato essenziale della parola considerata (con possibile alterazione del significato primario mediante l’aggiunta di elementi avventizi come suffissi, ecc.). Questo insegnamento è confermato dall’esame del vocabolario sanscrito: a parte le parole di origine non indoeuropea e alcune rare eccezioni (ad es. go- “mucca”) tutte le parole sanscrite sono formate da una delle circa 800 radici elencate da W. D. Whitney (Roots, Leipzig, 1885). Il corretto uso verbale della radice sarà descritto nel capitolo sulla coniugazione (cfr. 105 ss.); per il momento è sufficiente indicare che ogni radice sanscrita è monosillabica e si presenta, teoricamente, sotto forma di consonante + vocale + consonante: PAT- “cadere”, VID- “conoscere”, RUH- “salire”. Ci sono, per eccezione, radici che mancano di una consonante: AS- “essere”, BHŪ- “diventare”, - “dare”; a volte (ma molto raramente) solo la vocale rimane : I- “andare”, - “aggiustare” (ma questo perché è, in realtà, lo stato vocalico della sonora corrispondente Y o R). La consonante terminale può essere modificata dal contatto con altri elementi (vettṛ- “testimone” da VID- “sapere”, con l’assordamento di d a contatto con t, secondo 33 a); la vocale si alterna, secondo le regole sopra riportate (38 a 44) e si vedrà che il grado radicale non è indifferente ma, al contrario, è un elemento essenziale nella formazione dei nomi.

Nota. - La radice (verbale per natura) può essere usata come sostantivo in certi contesti, in realtà estremamente rari: diśo diśa "Mostrami (imperativo di diśa-) le direzioni" (diśo per diśas secondo 15 e 29: acc. pl. diś- usato come sostantivo).